Al Festival dello Sport di Trento il viaggio nella grande Europa del Milan degli anni Novanta. Capello, Boban e Di Canio hanno raccontato vittorie, regole, maniacale ricerca della perfezione e un calcio che, secondo loro, ha cambiato pelle. Condò ha riportato il racconto fino ai giorni nostri. Una storia belle in mezzo a tanti racconti altrettanto belli, in una rassegna eccezionale anche quets’anno, dedicata agli “Invincibili”. Vi raccontiamo il bel evento di stamani al Teatro Sociale di Trento, carico di aneddoti che sono diventati messagi, moniti e altro ancora…
Il calcio delle coppe, ma soprattutto il calcio degli uomini. Quello delle grandi squadre, dei grandi allenatori, dei presidenti presenti e di una cultura della vittoria che sembrava quasi naturale. È stato questo il filo conduttore dell’incontro che questa mattina, al Teatro Sociale di Trento, ha messo uno accanto all’altro Fabio Capello, Zvonimir Boban, Paolo Di Canio e Paolo Condò, con Federica Masolin a guidare il viaggio nella memoria e nel presente del calcio europeo.
Un appuntamento che, partendo dal Milan degli anni Novanta e dalla notte di Atene del 1994, ha finito per raccontare molto più di una squadra e di una generazione. Ha raccontato un modo di intendere il calcio. Capello, Boban e Di Canio hanno riportato sul palco del Festival dello Sport atmosfere, regole e personaggi di un’epoca nella quale l’Europa era ancora terreno privilegiato delle squadre italiane. E proprio Capello è apparso, ancora una volta, come il simbolo di quella cultura del lavoro e della perfezione. Il suo Milan non lasciava nulla al caso. La preparazione della finale contro il Barcellona di Cruijff era stata studiata nei minimi dettagli e Boban ha ricordato anche il famoso episodio dell’allenamento prima di Atene: dopo un infortunio in amichevole, la tentazione di non rischiare, ma la risposta dell’allenatore era stata perentoria: «O ti alleni o non giochi».
Di Canio ha aggiunto un altro capitolo a quel racconto, ricordando il perfezionismo quasi maniacale di Capello. Persino il pallone, nella filosofia del tecnico, aveva una funzione precisa: serviva per giocare a calcio e non doveva essere toccato per altro. Una regola apparentemente piccola, ma indicativa di una mentalità nella quale ogni dettaglio contribuiva alla costruzione della prestazione. E poi c’era la gestione del gruppo. «L’allenatore pensa a quaranta persone e al loro stare bene», ha spiegato Capello, ricordando come il lavoro di un tecnico non riguardasse soltanto gli undici che scendevano in campo, ma tutta la struttura della squadra, dai collaboratori al cuoco. «Il giocatore pensa solo a se stesso». Una differenza che dice molto di come siano cambiati ruoli, responsabilità e rapporti all’interno delle società.
Di Canio, che in quel Milan rappresentava anche la componente più allegra e imprevedibile del gruppo, ha raccontato un episodio emblematico. Dopo una partita con l’Arsenal nella finale di sSupercoppa 1994 con gol di Boban e Massaro, la voglia di festeggiare era stata immediatamente raffreddata da Capello: il giorno dopo c’era un allenamento e bisognava già pensare al traguardo successivo. Non era ancora finita una partita che nella testa dell’allenatore era già cominciata quella successiva. Idem fece Franco Baresi il capitano di quel Milan, che aveva semplicemente annuito con la testa, quasi a confermare che quella era la regola del gruppo.Una filosofia che aveva una regola precisa.
Capello, ha ricordato che il primo giorno in ogni squadra era solito dire ai propri giocatori: se volete vedermi arrabbiato, non rispettate anche uno solo dei nostri collaboratori.
Il rispetto, dunque, prima ancora della tattica. E la capacità di riconoscere chi ne sa più di te. Boban ha sintetizzato così uno degli insegnamenti più importanti ricevuti da quella esperienza: «Il giocatore capisce chi capisce più di lui». Una frase che racchiude il rapporto fra campione e allenatore e che spiega anche perché, in quel Milan, autorità e leadership fossero riconosciute senza bisogno di essere continuamente spiegate.
Di Canio ha però allargato il discorso, fino a fotografare il calcio di oggi. «È cambiato tutto», ha ricordato, sottolineando come un tempo ci fossero squadre di uomini veri e società presenti, guidate da personaggi di spessore. Un calcio nel quale il rapporto umano aveva ancora un peso determinante.E Capello ha aggiunto una riflessione ancora più ampia: «Una volta si imparava da quelli bravi, oggi mancano quelli bravi, manca anche la scuola». Non soltanto una questione di tecnica o di tattica, dunque, ma di trasmissione del sapere. Di maestri. Di persone capaci di insegnare un mestiere e una cultura professionale. Anche il ruolo dei presidenti è entrato nel ragionamento. Presidenti veri, ha ricordato Capello, erano soprattutto uomini pieni di passione. Una passione che diventava presenza, responsabilità e partecipazione alla vita della società.
Paolo Condò ha quindi riportato il discorso alla trasformazione del calcio italiano in Europa, attraverso un ricordo emblematico: quello di Preben Elkjær. Dopo gli Europei, il danese aveva scelto il Verona invece del Real Madrid perché in quel momento l’Italia rappresentava il punto più alto del calcio europeo. Giocare in Serie A significava misurarsi con i migliori e cercare di diventare ancora più forte. Trascinò il Verona allo storico scudetto del 1985.Era un’Italia che attirava i campioni perché qui si pensava di poter raggiungere il massimo livello. Giocare in Italia era per chi voleva essere al meglio. Era. Oggi non è più così.
È forse questa la vera fotografia uscita dal Teatro Sociale. Non soltanto la nostalgia per le coppe vinte dal Milan di Capello, per i campioni di allora o per un calcio più romantico. Ma la consapevolezza, espressa dai protagonisti, di una trasformazione profonda del sistema italiano.
Capello, dal canto suo, ha portato il discorso fino all’attualità, con una domanda che dice molto del suo modo di vedere il calcio. Alla domanda su cosa chiederebbe oggi ad Amorim, allenatore del Milan, ha risposto senza esitazioni: «Se ha capito quali sono i giocatori forti che ha a disposizione». E ha aggiunto che al Milan non ci sarebbe tempo per fare rivoluzioni: una squadra con valori importanti andrebbe prima di tutto aggiustata e valorizzata.
Così il viaggio nelle coppe è diventato un viaggio nel calcio. Dal Milan che dominava l’Europa al calcio italiano che oggi insegue. Da Baresi, Boban, Di Canio e dai grandi campioni di una generazione alla ricerca, nel presente, di nuovi leader e nuovi maestri.E alla fine è rimasta una parola, forse più importante di tutte le altre: imparare. Dai più bravi, dagli allenatori, dai compagni, dai dirigenti. Perché il calcio, ieri come oggi, può cambiare regole, strutture e protagonisti. Ma senza qualcuno da cui imparare, difficilmente può tornare a insegnare.


