Pavelich in maglia USA alle Olimpiadi del 1980 nello storico match con l'URSS

Mark Pavelich, dal «Miracle on Ice» al ghiaccio di Bolzano: la parabola dell’eroe silenzioso

DiDaniele Magagnin

13 Ottobre 2026

Mark Pavelich, il centro #16 di Eveleth che servì a Mike Eruzione il disco del gol decisivo contro l’Unione Sovietica fu protagonista a Bolzano. Dall’Olimpiadi con con Herb Brooks allo scudetto biancorosso al Palafiera e una vita vissuta lontano dai riflettori. Mark Pavelich è morto nel 2021, a 63 anni.

C’è un passaggio, nella storia dell’hockey, che ha il peso di un’intera epoca. Lake Placid, 22 febbraio 1980: gli Stati Uniti affrontano la favorita Unione Sovietica nella fase finale del torneo olimpico. Sul punteggio di 3-3, Mark Pavelich recupera il disco e lo consegna a Mike Eruzione (cugino di Giorgio Chinaglia, il bomber della Lazio), che segna il gol del sorpasso. Gli americani vincono 4-3; due giorni dopo battono la Finlandia e conquistano l’oro. Quel risultato, ottenuto da una squadra di universitari contro una delle grandi potenze dell’hockey mondiale, passerà alla storia come Miracle on Ice.

Pavelich non è il volto più riconoscibile di quella squadra guidata da coach Herb Brooks, ma è uno dei suoi protagonisti. Poco più di un metro e settanta, riservato e poco incline alla ribalta, ha il talento di vedere una linea di gioco prima che gli altri si accorgano che esiste. Il suo assist a Eruzione racconta il suo modo di stare in pista: trovare il compagno al momento giusto.

Il ragazzo silenzioso dell’Iron Range. Mark Thomas Pavelich nasce nel 1958 a Eveleth, cittadina del Minnesota, nel cuore dell’Iron Range. Cresce in una famiglia numerosa, tra pattini, laghi e boschi. Da bambino passa ore sul ghiaccio, spesso anche quando gli altri sono già rientrati a scaldarsi. Ha un fisico minuto, ma una tecnica e una fantasia che lo rendono difficile da contenere.

Gioca all’Università del Minnesota-Duluth e attira l’attenzione di Brooks, che lo inserisce nel gruppo in preparazione per i Giochi del 1980. Il coach vuole una squadra capace di muoversi come un’unica unità: attaccare in cinque, aiutarsi, creare occasioni senza paura. Pavelich, con il suo gioco imprevedibile e generoso, si adatta perfettamente.

La vittoria contro l’URSS diventa un evento nazionale e un simbolo della Guerra fredda. Per molti giocatori, l’oro è l’inizio di una carriera pubblica. Pavelich, invece, resta fedele alla propria indole: parla poco, evita le interviste e non ama stare al centro dell’attenzione. Nel 1981 Brooks lo chiama ai New York Rangers. Pavelich si fa notare per le mani e per la capacità di servire i compagni: nella stagione 1982-83 segna 37 gol e, in una partita contro Hartford, ne realizza cinque, eguagliando un primato della squadra. Chi lo ricorda descrive un uomo più a suo agio nei boschi che nei locali di Manhattan: nel bagagliaio del fuoristrada, canna da pesca e arco; nella vita, una sobrietà che contrasta con il ritmo della grande città. La sua carriera NHL si chiude con 355 partite e 329 punti. Dopo i Rangers passa per i Minnesota North Stars e, più avanti, torna brevemente a giocare con San Jose.

L’arrivo a Bolzano e il Palafiera– Nel 1987 Pavelich arriva in Italia e veste la maglia dell’Hockey Club Bolzano. La stagione 1987-88 sarà ricordata come quella dello scudetto della stella, il decimo titolo biancorosso. In quella squadra ci sono anche il bomber Kent Nilsson, lo svedese dai guanti bianchi, Martin Pavlu, Lucio Topatigh, Bruno Baseotto, Maurizio Scudier, Jimmy Boni, Bob Oberrauch, Norber Gasser, il mitico Gino Pasqualotto, Moreno Trisorio, Mauro Giacomin, Paolo Casciaro, Giovanni Melega, Enrico Laurati con Mike Zanier e Gianni Spoletti tra i pali. Tanti protagonisti dell’hockey bolzanino. L’allenatore è Ron Chipperfield, già giocatore e capitano degli Edmonton Oilers, che a Bolzano aveva costruito un legame profondo con la città e guidava la squadra dalla panchina.

Al Palafiera di via Roma, Pavelich offre ai tifosi una versione nuova del suo talento: meno celebrata rispetto a Lake Placid, ma vicina, visibile in ogni gara. Il pubblico vede un centro capace di recuperare il disco, proteggerlo e trasformare un’azione ordinaria in un’occasione da gol. Il suo contributo non è soltanto spettacolare: Chipperfield lo considera un giocatore completo, utile in entrambe le fasi. La sua intesa con i compagni dà qualità a una squadra che, al termine della stagione, conquista il campionato.

Anche a Bolzano resta un uomo schivo. I ricordi degli ex compagni restituiscono l’immagine di un americano fuori dagli schemi: jeans consumati, chitarra, canna da pesca e, quando capita, una battuta secca. Sul pullman ama stare per conto suo; il gioco, però, lo mette in connessione con tutti. Per i tifosi del Palafiera, Pavelich è l’eroe olimpico che non si comporta da eroe, il campione che lascia parlare il disco.

Una vita appartata, segnata da prove difficili. Dopo l’Italia, Pavelich si allontana gradualmente dall’hockey professionistico. Si dedica alla pesca e alla caccia, acquista terreni e sceglie una vita tranquilla in Minnesota. Si sposa e ha una figlia. In seguito costruisce una nuova famiglia con Kara Burmachuk: insieme lavorano alla loro casa vicino a un lago, lontano dalle arene e dalla notorietà.

La sua vita è segnata anche da lutti importanti. Nel 1976, durante una battuta di caccia, un colpo partito accidentalmente uccide Ricky Holgers, il fidanzato quindicenne della sorella Carolyn. Pavelich è ancora giovanissimo. La famiglia di Ricky gli resta vicina, ma quella tragedia rimane un episodio doloroso della sua storia. Nel 2012 muore anche Kara, dopo essere caduta dal balcone di casa. Pavelich la trova e chiama i soccorsi, ma non è possibile salvarla. Negli anni successivi, familiari e conoscenti cominciano a preoccuparsi per alcuni cambiamenti nel suo comportamento e per le sue convinzioni sempre più sospettose.

Nel 2019 Pavelich aggredisce un vicino, Jim Miller, con un tubo metallico, convinto che l’uomo gli avesse alterato la birra. Miller riportò ferite serie. Pavelich venne arrestato e sottoposto a valutazioni psichiatriche; un giudice lo dichiarò incapace di sostenere il processo e fu disposto il suo ricovero in una struttura sanitaria di sicurezza. Si parlò di encefalopatia. Mark Pavelich morì nel marzo 2021, a 63 anni, mentre si trovava in una struttura di cura. Il medico legale stabilì che la morte era un suicidio.

Il ricordo di un campione. Per chi lo vide giocare a Bolzano, Pavelich rimane legato al ghiaccio di via Roma e alla stagione dello scudetto. Per chi seguì Lake Placid, resta l’uomo che servì a Eruzione il disco del gol più famoso. In entrambe le immagini, la sua grandezza passa dalla capacità di mettere i compagni nelle condizioni di fare la giocata decisiva.

La sua storia comprende i trionfi sportivi, gli anni italiani e una vita segnata da perdite e difficoltà personali. Pavelich è stato un campione riservato, ricordato con affetto dai compagni e dai tifosi. A Bolzano ha lasciato il ricordo di un giocatore capace di incantare il Palafiera senza cercare applausi per sé: bastava vederlo con il disco sul bastone.