Oggi, 11 ottobre, si celebra l’International Referee Day, la Giornata internazionale dell’arbitro. Un’occasione per accendere i riflettori su una figura indispensabile per ogni competizione sportiva, ma troppo spesso ricordata soltanto quando una decisione provoca proteste, polemiche o contestazioni.
Dalle polemiche alle aggressioni, dagli insulti sugli spalti alle contestazioni che accompagnano ogni decisione sgradita: nel mondo dello sport c’è una partita che non può più essere rimandata, quella per il rispetto degli arbitri. La Giornata internazionale dell’arbitro, celebrata l’11 ottobre, è l’occasione per riportare al centro dell’attenzione una figura indispensabile, troppo spesso lasciata sola proprio mentre le viene chiesto di assumersi responsabilità enormi.
L’arbitro è il garante delle regole, l’uomo o la donna chiamati a dirigere una competizione assicurando che tutti rispettino le medesime norme. Non è un avversario, non indossa la maglia di una squadra e non scende in campo per favorire qualcuno. Il suo compito è prendere decisioni, anche difficili, spesso in pochi istanti e sotto la pressione di atleti, allenatori, dirigenti e pubblico. Può sbagliare, come qualsiasi essere umano. Le sue decisioni possono essere discusse, analizzate e persino contestate nelle sedi opportune. Ma c’è una differenza sostanziale tra una critica motivata e un insulto, tra il dissenso e l’intimidazione, tra la passione sportiva e la violenza. Quando si supera questo limite, non si sta più difendendo la propria squadra: si sta danneggiando lo sport. Il problema non riguarda soltanto i grandi palcoscenici professionistici. Spesso le situazioni più delicate si verificano nei campionati dilettantistici e giovanili, dove un arbitro può trovarsi a dirigere una partita senza la protezione mediatica e organizzativa riservata alle competizioni di vertice. Eppure, anche su quei campi, il rispetto dovrebbe essere una regola non scritta, ma inderogabile.
L’ALTO ADIGE HA I SUOI ESEMPI DA VALORIZZARE – La provincia di Bolzano può vantare una tradizione arbitrale di assoluto rilievo. Storie che dimostrano come il fischietto non sia un ruolo secondario, ma un percorso di crescita, competenza e responsabilità capace di portare ai massimi livelli nazionali e internazionali.
Nel volley c’è Andrea Pozzato, arbitro bolzanino che ha diretto centinaia di partite ai massimi livelli del campionato italiano. La sua esperienza, con oltre 500 gare di alto livello secondo il bilancio qui richiamato, rappresenta un esempio significativo di preparazione, continuità e capacità di gestire le situazioni più delicate. Arrivare in Serie A non è una questione di fortuna: significa affrontare anni di formazione, valutazioni, aggiornamenti e prestazioni che devono essere all’altezza di un ambiente altamente competitivo.
Nel calcio, il nome di Livio Bazzoli richiama un percorso di prestigio. Meranese, ex arbitro internazionale, ha raggiunto i vertici dell’arbitraggio italiano, portando il nome del territorio anche sui campi più importanti. La sua storia testimonia come la passione, unita alla preparazione e all’esperienza, possa trasformarsi in una carriera di alto profilo.
Anche l’hockey su ghiaccio, disciplina nella quale velocità, fisicità e intensità rendono particolarmente complesso il lavoro degli ufficiali di gara, ha espresso arbitri capaci di raggiungere livelli importanti. Tra loro spicca Helga Tschörner, bolzanina che ha scritto una pagina significativa della storia dell’hockey italiano diventando la prima donna a ricoprire il ruolo di guardalinee in una partita di Serie A maschile. Un traguardo che ha abbattuto una barriera culturale e dimostrato che competenza, autorevolezza e capacità di giudizio non hanno genere.
C’è poi Laura Sberna, arbitra di calcio bolzanina che ha concluso la sua ventitreesima stagione sui campi provinciali e ha scelto di proseguire anche nella stagione successiva, aprendosi pure alla nuova esperienza del calcio a cinque. La sua storia è quella di una donna che ha saputo conquistarsi rispetto attraverso la professionalità, il dialogo e la conoscenza del regolamento, superando pregiudizi e difficoltà. Proprio il suo caso dimostra quanto il tema sia attuale. Nel settembre 2026, durante una partita di campionato provinciale, Sberna è stata bersaglio di insulti sessisti e discriminatori provenienti dagli spalti. La gara è stata temporaneamente interrotta e la vicenda ha avuto conseguenze disciplinari per la società coinvolta. Un episodio che richiama tutti alle proprie responsabilità: non basta celebrare le donne nello sport quando raggiungono un traguardo, bisogna tutelarle anche quando svolgono un ruolo di autorità e vengono messe ingiustamente sotto attacco.
Pozzato, Bazzoli, Tschörner e Sberna sono percorsi differenti, in discipline differenti, ma accomunati da un elemento: la capacità di mettere competenza e passione al servizio dello sport. Sono esempi da raccontare soprattutto ai giovani, perché avvicinarsi all’arbitraggio significa imparare a conoscere le regole, prendere decisioni, gestire le emozioni e assumersi responsabilità. Come loro tanti, tanti altri fantastici arbitri ragazzi e ragzze.
IL RISCHIO DI RESTARE SENZA ARBITRI – C’è un aspetto che il movimento sportivo non può ignorare. Se l’arbitro viene sistematicamente insultato, intimidito o aggredito, chi avrà voglia di intraprendere questo percorso? Chi sarà disposto a trascorrere i fine settimana sui campi, a studiare regolamenti e aggiornamenti, a sottoporsi a valutazioni e a mettere la propria serenità personale in secondo piano per garantire il regolare svolgimento delle competizioni?
La disponibilità di nuovi direttori di gara non può essere data per scontata. Formare un arbitro richiede tempo, risorse e persone capaci di trasmettere esperienza. Perdere queste figure significa mettere in difficoltà interi campionati e impoverire le comunità sportive. Per questo le federazioni devono continuare a investire nella formazione, nell’accompagnamento dei giovani arbitri e nella prevenzione degli episodi di violenza. Le società devono richiamare alle proprie responsabilità tesserati e sostenitori. Gli allenatori devono dare l’esempio, mentre i genitori dovrebbero ricordare che il comportamento tenuto sugli spalti contribuisce a educare, nel bene e nel male, i propri figli. E servono conseguenze concrete per chi supera il limite. Il rispetto non può essere affidato soltanto agli appelli e alle campagne di sensibilizzazione: deve diventare un principio applicato, sostenuto da regolamenti e sanzioni proporzionate alla gravità dei comportamenti.
LA PARTITA PIÙ IMPORTANTE SI GIOCA FUORI DAL CAMPO – La Giornata internazionale dell’arbitro non dovrebbe esaurirsi in una celebrazione sui social network o in una fotografia con il fischietto in mano. Deve diventare un’occasione per interrogarsi sul modello sportivo che vogliamo costruire. Vogliamo uno sport nel quale ogni decisione sfavorevole diventi un pretesto per aggredire verbalmente chi la prende, oppure un ambiente nel quale il confronto rimanga civile e il risultato venga accettato nel rispetto delle regole?
L’arbitro non chiede di essere considerato infallibile. Chiede di poter svolgere il proprio compito senza paura, con la consapevolezza che un errore può essere valutato e corretto, ma che nessuna decisione giustifica un insulto o un’aggressione. Il messaggio vale per il calcio, il volley, l’hockey e per ogni altra disciplina. Vale per le competizioni professionistiche come per quelle giovanili, per i grandi stadi come per i campi di periferia. Perché lo sport insegna il rispetto delle regole, l’accettazione delle sconfitte, il valore dell’avversario e la capacità di riconoscere i propri limiti. Se questi principi valgono soltanto quando si vince, allora non sono veri valori sportivi.
Ecco perché, nella Giornata internazionale dell’arbitro, il riconoscimento più importante non è un applauso di circostanza, ma un impegno quotidiano. Difendere gli arbitri significa difendere il diritto di tutti a praticare lo sport in un ambiente sano, sicuro e rispettoso.
Senza arbitri non c’è partita. Senza rispetto, invece, non c’è più sport.

