Un ragazzo di Oltrisarco nato e cresciuto con la grande passione per il calcio. Buono, genuino, fatalista. Vittima di un atroce destino. A Franco Ciocchi si illuminavano gli occhi quando, in mezzo alla “gheba” del bar Cadore (all’epoca si fumava tanto nei locali pubblici) o del bar Principe di via Claudia Augusta, qualcuno gli dava una pacca sulle spalle e si congratulava per la sua grinta in campo, mostrata fin da giovane con la casacca rossoblù dell’Oltrisarco. Ciocchi faceva del “non mollare mai” una ragione di vita quando entrava in un rettangolo di gioco e poco importava che fosse di terra battuta o d’erba. C’era anche lui tra il folto gruppo di avventori del bar quando, qualche giorno dopo il 18 maggio 1977, il cittadino più famoso del quartiere, il mitico Romeo Benetti, tornava a Bolzano, nella “sua” Oltrisarco, forte del primo titolo europeo della Juventus. Anche Franco Ciocchi stringeva timidamente la mano al “Romeo nazionale”, prima di incollare il naso alla vetrina della tintoria dove Benetti aveva portato a lavare le maglie (in lana) della finale di Coppa UEFA: quella bianconera tradizionale usata in casa e quella blu, indossata in trasferta, e poi le due dell’Athletic Bilbao, quella a strisce verticali biancorosse e quella azzurro scuro vestita a Torino.
Franco Ciocchi, classe 1950, e Massimo “Mamo” Guerra, classe 1955, erano due simpatici ragazzi pieni di vita e di entusiasmo, un esempio per molti giovani del popolare quartiere bolzanino oltre ponte Roma. Attraverso la loro contagiosa passione per il calcio facevano avvicinare al pallone molti ragazzi, più o meno portati, trasmettendo un messaggio importante: il divertimento sano, quello autentico, diverso dalle tentazioni della strada. Ciocchi iniziava a dare i primi calci al pallone come tutti i ragazzi di quel tempo, in cortile. Poi la passione si sviluppava nel settore giovanile dell’U.S. Oltrisarco, la società rossoblù fondata nel 1945 da Amerigo Finato, per creare un punto di riferimento autorevole principalmente ai tanti ragazzi del quartiere, conservando visione e missione anche dopo aver raggiunto il top del calcio dilettantistico con la prima squadra.
Dopo i primi calci “veri”, sul campo, con le giovanili dell’Oltrisarco, Ciocchi compiva tutta la trafila in maglia rossoblù, mettendosi sempre in luce per le sue doti di combattente, per la grinta e il carattere, oltre che per le buone giocate. Terzino di fascia, non alto, ma veloce. Buona tecnica. Un palleggiatore “speciale”, tanto che era solito mostrare a compagni e giovani calciatori le sue abilità con la palla, che riusciva a sollevare con il ginocchio prima di iniziare i palleggi.
Con la casacca metà rossa e metà blu dell’Oltrisarco giocava in D, nel periodo d’oro della Quarta serie, tra il 1970 e il 1975. Memorabile il quarto posto nel girone C 1973/’74, dietro a Mestrina, Treviso e Pro Gorizia. Presidente Angelo Dalle Nogare, allenatore Gianluigi Stefanini, in rosa i vari Bizzotto, Festi, Andreatta, Bonetti, Bovolenta, Cherubini, Casanova, Abate, Abbandonato, Parise, Scalcon, Perosa, Guerra, Spicca.
Giocava con l’Oltrisarco prima e con Bolzano e Nuova Bolzano (ex Oltrisarco) poi. In mezzo, una breve parentesi americana di cui era molto fiero: mezza stagione nelle file del New Jersey, noto team statunitense di calcetto. Franco Ciocchi era un buono, un sognatore. Tornava a giocare “a casa”, in un Bolzano finito dalla D in Promozione (l’Eccellenza non c’era ancora), dopo il vano tentativo di salvataggio compiuto in corso d’opera da mister Paride Tumburus (classe ’39, friulano di Aquileia, già ottimo mediano di lungo corso del Bologna, prima di approdare al Vicenza e al Rovereto, famoso per il debutto in nazionale il 2 giugno 1962 nel tristemente noto incontro Italia-Cile 2-0).
Eravamo nell’estate del 1983 quando i dirigenti biancorossi affidavano il timone a Gianluigi Stefanini per avviare la ripresa. La squadra riusciva solo a salvarsi. Ciocchi passava alla Nuova Bolzano (ex Oltrisarco), in Promozione: stagione 1984-85, mister Remo Minati, il popolare “Hombre”. I due erano legati da un rapporto di profonda amicizia nato nel quartiere.
Minati in Colombia era di casa e Ciocchi, un bel giorno, lo seguiva in un viaggio alla scoperta del Paese sulla punta nord del Sud America. “Hombre” gli faceva conoscere Cali, città di cui si innamorava e in cui trovava l’amore. Scapolone inguaribile, il buon Franco trovava la donna della sua vita e all’amico Remo confidava: «Da Cali non mi muovo più, ci sto benissimo».
Per coronare il “sogno colombiano” lavorava in una gelateria, aperta in Germania, e risparmiava. Guadagnava bene e con quei soldi decideva di stabilirsi, quanto prima e definitivamente, in Colombia. Puntava a giocare ancora a calcio e a fare il taxista. Gli servivano 30 mila pesos, circa 30 milioni delle vecchie lire, per la macchina. Lui lavorava in Germania e Minati si informava in Colombia. Iniziava a pianificare il trasferimento definitivo a Cali, due milioni e 200 mila abitanti, terza città della Colombia per numero di abitanti, capoluogo del dipartimento di Valle del Cauca, principale centro economico, industriale e finanziario del sud-ovest. Si sposava con Nelly e, calcisticamente parlando, puntava in alto, alla serie B colombiana, al Deportivo Pasto, per la precisione.
A 40 anni suonati si sentiva in grado di dire la sua in un calcio solo apparentemente lento. Nel provino non gli facevano vedere la palla. Si accontentava di giocare al sabato, con gli amatori e i tanti amici che nel frattempo si era fatto. E non mancava mai al derby tra Deportivo Cali e América de Cali. Un giorno, un triste e tragico giorno, succedeva il fattaccio.
La mattina del 18 dicembre 1992 veniva ferito a morte. Due malviventi, in moto, affrontavano lui e sua moglie, all’esterno di una banca di Cali, dopo che avevano prelevato dei soldi. Volevano la borsetta di lei, nella quale erano custoditi i pesos. Pistola puntata e minacce. Franco Ciocchi non ci stava, non voleva arrendersi. Non era abituato a farlo, non lo aveva mai fatto: in partita, in allenamento, nella vita. Reagiva d’istinto, come se dovesse difendere la sua area dagli attaccanti avversari, si scagliava contro i rapinatori. Dalla pistola di uno dei due partiva un colpo, a bruciapelo.
Franco Ciocchi lottava per la vita presso la clinica specializzata “Los Remedios” di Cali. Dopo due giorni di agonia spirava: troppo gravi le lesioni riportate. Una fine tragica, a 42 anni, nel luogo in cui aveva deciso di trasferirsi, di vivere con la consorte, di lavorare. Franco Ciocchi veniva sepolto a Cali nella tomba di famiglia, assieme al fratello della moglie, un poliziotto dell’antidroga, pure lui morto ammazzato. Sulla tragica fine del forte difensore di Oltrisarco non veniva mai aperta un’inchiesta da parte delle autorità colombiane. Quanto accaduto veniva archiviato “solo” come uno dei circa ventimila omicidi all’anno registrati a quel tempo, in quella zona.


