La Nazionale che non fa più battere il cuore

DiDaniele Magagnin

25 Settembre 2026

La Nazionale non emoziona più: dal sogno azzurro alla compassione. E credo che il punto non sia soltanto lo 0-2 con il Belgio, maturato all’Olimpico con i gol di Godts e Lukebakio, con un finale antipatico, da censurare e un’orda di fischi agli azzurri. Tutti meritatissimi. È una partita che si presta a una riflessione più ampia sulla Nazionale e, soprattutto, sul calcio italiano. Il nuovo corso di Roberto Mancini, ripartito dopo la mancata qualificazione al Mondiale, doveva rappresentare una svolta; almeno questa prima uscita non ha dato i segnali che molti attendevano.

Una volta aspettavamo la Nazionale con emozione. Oggi la aspettiamo con una domanda: chissà cosa combineranno stavolta. E questa, forse, è la sconfitta più pesante. Persino più dello 0-2 contro il Belgio. Perché una Nazionale può perdere una partita. Può giocare male. Può attraversare un momento difficile. Quello che non dovrebbe mai perdere è il rapporto con il proprio Paese, con la gente, con quella maglia azzurra che per generazioni ha rappresentato qualcosa di molto più grande di una semplice partita di calcio. Questa Italia, invece, non aggrega. Infastidisce. Non trascina. Disorienta. Non accende entusiasmo. Al massimo suscita compassione.

E il nuovo corso, almeno per come è cominciato, sembra ripartire esattamente da dove era finito il vecchio. Cambiano gli uomini, cambiano le formule, cambiano le conferenze stampa, cambiano le promesse. Ma sul campo ritroviamo le stesse fragilità, gli stessi interrogativi, la stessa sensazione di un movimento che non riesce più a produrre una vera identità calcistica. Il Belgio non ha soltanto battuto l’Italia. Ha messo davanti agli occhi di tutti una fotografia impietosa del nostro calcio. Un calcio che da troppo tempo vive di emergenze, di soluzioni temporanee, di alibi, di rivoluzioni annunciate e mai davvero compiute. Un calcio che continua a sperare nel talento occasionale, nella generazione fortunata, nel colpo di genio, nel solito miracolo all’italiana. Ma i miracoli non sono una politica sportiva.

E forse il problema è proprio qui: continuiamo a discutere della Nazionale senza voler affrontare davvero il problema del calcio italiano. Un sistema che sembra aver smarrito la capacità di formare giocatori, di educare al sacrificio, di costruire appartenenza. Un sistema nel quale troppo spesso il mercato viene prima del campo, l’immagine prima della sostanza, il personaggio prima del calciatore. E allora sì: rivogliamo calciatori con la faccia da calciatori e non da fotomodelli. Rivogliamo ragazzi che abbiano fame. Che sappiano soffrire. Che si sporchino la maglia. Che corrano per il compagno. Che sappiano perdere senza cercare immediatamente una giustificazione e vincere senza trasformarsi in personaggi. Rivogliamo calciatori che sentano quella maglia addosso. Non è nostalgia. È identità.

Perché la Nazionale non dovrebbe essere una semplice selezione dei migliori professionisti italiani. Dovrebbe essere il punto più alto di una cultura calcistica. La conseguenza naturale di un movimento forte, organizzato, credibile. Invece oggi sembra spesso il contrario: si chiede alla Nazionale di nascondere i problemi del movimento. E non può funzionare. La Nazionale è lo specchio. E se quello specchio restituisce un’immagine così poco rassicurante, forse sarebbe il caso di smettere di rompere lo specchio e cominciare a guardare ciò che c’è dietro. Perché il problema non è soltanto chi scende in campo. È tutto quello che c’è prima.

È un calcio che ha perso credibilità, entusiasmo e, in parte, anche il senso della propria missione. Un calcio sempre più affollato di interessi e sempre più povero di passione. Un calcio nel quale ci sono tanti mercanti e troppo poca anima. E mentre gli altri corrono, noi continuiamo a discutere. Mentre gli altri costruiscono, noi arranchiamo. Mentre gli altri programmano, noi improvvisiamo.

Poi arriva una partita come quella contro il Belgio e ci accorgiamo che il problema non era soltanto l’allenatore, non erano soltanto i giocatori e non era soltanto la serata storta. Il problema è molto più grande. È un sistema che sembra aver perso la propria direzione e che, nonostante tutto, continua ad andare avanti facendo finta che prima o poi qualcosa si aggiusterà. Aspettando, naturalmente, il prossimo miracolo. Ma il calcio italiano non ha bisogno di miracoli. Ha bisogno di coraggio. Coraggio di ammettere che qualcosa si è rotto. Coraggio di cambiare davvero. Coraggio di tornare a investire nei settori giovanili, negli allenatori, nella cultura sportiva, nella formazione, negli uomini prima ancora che nei giocatori. E soprattutto coraggio di restituire valore a quella maglia. Perché un tempo, quando giocava l’Italia, ci fermavamo tutti. Oggi molti guardano e aspettano. Aspettano di capire se ci sarà ancora qualcosa per cui emozionarsi.

E quando una Nazionale non fa più battere il cuore, non è soltanto la Nazionale ad avere un problema. È tutto il calcio che le sta intorno. E forse è arrivato il momento di smettere di nasconderlo.