Klaus Dibiasi (Credits Provincia Bolzano Solo per sport 2001)

L’invincibile Klaus Dibiasi: cinquant’anni fa il tris olimpico che lo rese leggenda

DiDaniele Magagnin

30 Luglio 2026

Ci sono imprese che appartengono al loro tempo e altre che riescono a sfidarlo. Vittorie che non si limitano a riempire un albo d’oro, ma diventano patrimonio della memoria sportiva collettiva. Quella compiuta da Klaus Dibiasi il 27 luglio 1976, alle Olimpiadi di Montréal, appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Cinquant’anni dopo, quel terzo oro olimpico consecutivo dalla piattaforma dei 10 metri continua a rappresentare uno dei vertici assoluti dello sport italiano e mondiale, l’apice di una carriera irripetibile costruita con talento, disciplina e una forza di volontà fuori dal comune.

La leggenda, però, non nasce in Canada. Le sue fondamenta vengono gettate dodici anni prima, ai Giochi Olimpici di Tokyo del 1964. Klaus ha soltanto diciassette anni quando sorprende il mondo conquistando una splendida medaglia d’argento dalla piattaforma dei 10 metri. È ancora poco più che un ragazzo, ma possiede già quella sicurezza, quella pulizia tecnica e quella personalità che lo distinguono dagli altri. Nessuno può immaginare che quel giovane atleta stia semplicemente inaugurando una delle pagine più straordinarie della storia dei tuffi.

La consacrazione arriva quattro anni più tardi, alle Olimpiadi di Città del Messico. In un’edizione passata alla storia non soltanto per gli effetti dell’altitudine sulle prestazioni atletiche, ma anche per il difficile clima politico e sociale che accompagna i Giochi, Dibiasi dimostra di essere ormai il riferimento assoluto della disciplina. Dalla piattaforma conquista la medaglia d’oro, mentre dal trampolino dei 3 metri aggiunge un prestigioso argento. Non è più soltanto una promessa: è il campione che tutti sono chiamati a inseguire.

Tra il 1963 e il 1972 la sua supremazia diventa pressoché assoluta. In quegli anni conquista complessivamente cinque medaglie d’oro tra Olimpiadi, Giochi del Mediterraneo, Campionati Europei e Universiadi, trasformando la piattaforma dei 10 metri nel proprio regno. Ogni gara conferma una superiorità tecnica e mentale raramente vista in questa disciplina. Così, quando nel 1972 arrivano le Olimpiadi di Monaco di Baviera, il secondo titolo olimpico consecutivo appare quasi la naturale conseguenza di un dominio senza rivali.

Per molti atleti quella sarebbe già la conclusione perfetta di una carriera. Klaus ha dimostrato di essere il migliore, il numero uno indiscusso. Affrontare un’altra Olimpiade significa chiedere ancora molto a un fisico logorato da anni di allenamenti, sacrifici e competizioni ad altissimo livello. Ma i fuoriclasse hanno una caratteristica che li rende diversi da tutti gli altri: non si accontentano mai. Sentono il bisogno di inseguire un’altra sfida, un altro traguardo, un’altra pagina da scrivere.

Così nasce la sfida di Montréal 1976. Dibiasi arriva ai Giochi canadesi deciso a inseguire un’impresa mai realizzata prima: conquistare il terzo oro olimpico consecutivo dalla piattaforma. Lo fa, però, nelle condizioni più difficili della sua carriera. Il corpo gli presenta il conto di una vita trascorsa ai massimi livelli. Gli acciacchi sono continui, le fibre muscolari usurate nei tendini delle gambe e delle braccia rendono ogni allenamento una sofferenza. Sa perfettamente che quella sarà l’ultima gara della sua straordinaria carriera agonistica e proprio per questo non intende rinunciare.

Si presenta a Montréal forte di un curriculum che pochi campioni possono vantare. Ha conquistato il titolo mondiale dalla piattaforma nel 1973 e nel 1975, confermandosi il migliore del pianeta. Agli Europei del 1974 ha firmato una memorabile doppietta, vincendo non soltanto la piattaforma, ma anche il trampolino dei 3 metri. In Canada riceve inoltre uno dei riconoscimenti più prestigiosi per qualsiasi atleta: quello di portabandiera della delegazione italiana nella cerimonia inaugurale.

L’ultimo ostacolo verso la leggenda ha il volto di un ragazzo americano destinato a cambiare la storia dei tuffi: Greg Louganis. Giovane, talentuoso, straordinariamente promettente. Sarà lui il dominatore degli anni successivi. Ma il futuro, per una volta, deve attendere.

In finale Dibiasi realizza una prestazione semplicemente perfetta. I suoi tuffi sono un concentrato di eleganza, precisione e controllo assoluto. Il tabellone racconta ciò che gli occhi hanno appena visto: 600 punti. Un punteggio eccezionale che neppure il talento cristallino di Louganis riesce a mettere in discussione. L’americano dovrà aspettare il suo tempo. Quello è ancora il regno di Klaus Dibiasi.

Con quel successo arriva il terzo oro olimpico consecutivo dalla piattaforma dei 10 metri. Un’impresa che supera il semplice valore della vittoria e assume le dimensioni del mito. È il punto più alto di una carriera straordinaria, ma anche il simbolo di un atleta capace di vincere contro gli avversari e contro il proprio corpo, trasformando il dolore in energia e i limiti in motivazione.

L’ultimo tuffo della sua carriera diventa così anche il più significativo. Non rappresenta soltanto la conclusione di un percorso agonistico, ma il momento esatto in cui un campione entra definitivamente nella storia. Verrebbe da pensare che un finale tanto perfetto fosse già scritto. In realtà non lo era. È stato Klaus Dibiasi, con la sua determinazione e la sua grandezza, a scriverlo.

Da quel 27 luglio 1976 sono trascorsi cinquant’anni. Mezzo secolo durante il quale quel tris olimpico non ha perso nulla del suo valore. Anzi, con il passare del tempo la sua impresa appare ancora più straordinaria. Perché le medaglie possono essere eguagliate, i record possono essere superati, ma esistono campioni capaci di lasciare un’eredità che va oltre i numeri.

Klaus Dibiasi appartiene a questa ristretta élite. Non è stato soltanto uno dei più grandi tuffatori di tutti i tempi. È stato l’uomo che ha trasformato la piattaforma dei 10 metri nel palcoscenico della perfezione, regalando all’Italia una delle pagine più luminose della sua storia olimpica. Cinquant’anni dopo quel volo perfetto nell’acqua di Montréal, la sua leggenda continua a vivere immutata. Perché i grandi campioni vincono. Le leggende, invece, diventano immortali.