l 27 luglio 1986 è una data destinata a rimanere impressa nella storia dello sport italiano. Mentre sugli Champs-Élysées si concludeva il Tour de France maschile dominato da Bernard Hinault e Greg LeMond, sulle strade della Grande Boucle femminile si compiva un’altra impresa destinata a diventare leggendaria. Maria Canins conquistava infatti il suo secondo Tour de France consecutivo, precedendo due autentiche fuoriclasse come la francese Jeannie Longo e l’americana Inga Thompson.
Fu probabilmente il momento più alto della carriera di una campionessa arrivata al ciclismo quando molti ritenevano che il meglio della sua vita agonistica appartenesse ormai al passato. Aveva 32 anni, era già madre di Concetta, proveniva dallo sci di fondo e nessuno avrebbe scommesso che quella ragazza della Val Badia sarebbe diventata la migliore scalatrice del mondo. Quel giorno, però, Maria Canins non conquistò soltanto la corsa più prestigiosa del ciclismo femminile. Vinse anche una sfida culturale. Negli anni Ottanta lo sport femminile viveva ancora in una dimensione marginale: le televisioni dedicavano pochissimo spazio alle gare delle donne, i giornali raccontavano le loro imprese in brevi trafiletti e gli investimenti degli sponsor erano rivolti quasi esclusivamente al settore maschile. Anche il ciclismo femminile, pur esprimendo atlete di livello straordinario, veniva considerato una disciplina minore.
Le immagini delle sue vittorie arrivavano con il contagocce. Nessuna celebrazione globale, nessuna copertura televisiva capace di trasformare quella campionessa in un’icona popolare. Eppure Maria Canins stava scrivendo una delle pagine più straordinarie dello sport italiano. L’edizione 1986 del Tour de France femminile fu un autentico dominio. Indossò nuovamente la maglia gialla imponendosi con una superiorità impressionante: conquistò il prologo, vinse cinque tappe e sulle grandi montagne risultò semplicemente imprendibile. Sulle salite alpine e pirenaiche infliggeva distacchi importanti alla sua grande rivale Jeannie Longo, destinata negli anni successivi a raccoglierne l’eredità. Tra Canins e Longo nacque una delle rivalità più affascinanti della storia del ciclismo femminile. Da una parte la “Mamma Volante”, simbolo di generosità, resistenza e coraggio, sempre pronta ad attaccare; dall’altra la francese, metodica, tattica e scientifica nella preparazione. Due caratteri opposti che contribuirono insieme a far crescere il livello del movimento internazionale.
Quello del 1986 sarebbe rimasto l’ultimo Tour de France conquistato dall’azzurra. Dal 1987 Longo avrebbe infatti dominato vincendo tre edizioni consecutive della Grande Boucle, mentre Maria Canins avrebbe chiuso per tre anni consecutivi al secondo posto, confermando una longevità agonistica davvero eccezionale.Raccontare Maria Canins soltanto attraverso il ciclismo, tuttavia, significherebbe descrivere soltanto una parte della sua straordinaria carriera, probabilmente una delle più complete e poliedriche mai espresse dallo sport italiano. Prima ancora di salire in bicicletta aveva già costruito una leggenda nello sci di fondo. Quindici titoli italiani assoluti, dieci Marcialonga vinte consecutivamente e un dominio assoluto nelle gare sulle lunghe distanze. Alla leggendaria Vasaloppet svedese, la maratona di 90 chilometri considerata il tempio mondiale dello sci nordico, realizzò un’impresa rimasta unica: non esistendo ancora una classifica femminile, il suo nome venne inserito nella graduatoria assoluta maschile, dove concluse al 190° posto. Un risultato che racconta meglio di qualsiasi medaglia la sua eccezionale forza fisica e mentale. Curiosamente era previsto un premio per il 190° uomo classificato, mentre non esisteva alcun riconoscimento per la prima donna.
Oltre a essere stata la prima italiana a vincere la Vasaloppet, Maria Canins conquistò dieci Marcialonga consecutive tra il 1979 e il 1988, dodici Maratone della Pusteria, sette Dobbiaco-Cortina e otto Maratone della Val Casies. In Coppa del Mondo ottenne il primo risultato di rilievo il 28 marzo 1982, con il sesto posto nella 10 chilometri di Štrbské Pleso. Partecipò inoltre ai Campionati Mondiali di Oslo del 1982, chiudendo ventesima nella prova sui 20 chilometri. Abita ancora oggi a La Villa, in Alta Badia, il paese dove è nata e cresciuta. È ladina da sei generazioni. Prima del matrimonio lavorava in albergo: lavava i piatti, pelava patate, poi diventò cuoca e cameriera di sala. Ha raccontato di aver accumulato una parte dei contributi lavorando, mentre gli altri li versò personalmente per costruirsi una pensione. Il 1982 rappresentò un’altra pagina irripetibile della sua carriera. Nello stesso anno riuscì infatti a laurearsi campionessa italiana in quattro discipline differenti: sci di fondo, ciclismo su strada, corsa in montagna e skiroll. Un livello di versatilità che pochissimi atleti, uomini o donne, possono vantare. Poi arrivò il ciclismo, quasi per caso.
In pochi anni conquistò due Tour de France, un Giro d’Italia femminile, numerose medaglie ai Campionati del Mondo, dodici titoli italiani, una Freccia Vallone e partecipò ai Giochi Olimpici di Los Angeles 1984 e Seul 1988. E quando molte campionesse avrebbero scelto il ritiro, Maria Canins trovò nuovi orizzonti. Scoprì la mountain bike agli albori della disciplina e ne diventò una delle protagoniste. Successivamente, sfiorando i cinquant’anni, si dedicò al Winter Triathlon conquistando addirittura due titoli mondiali e dimostrando come il talento possa trasformarsi in una straordinaria longevità sportiva.
Dietro quella carriera irripetibile c’era anche il contributo fondamentale del compianto marito Bruno Bonaldi, compagno di vita, allenatore, consigliere e punto di riferimento costante. Fu lui il primo a credere fino in fondo nelle potenzialità di quella fondista della Val Badia che avrebbe cambiato la storia del ciclismo femminile italiano. La sua tragica morte in bicicletta rappresentò uno dei dolori più profondi nella vita della campionessa, che non ha mai smesso di ricordarne il ruolo determinante nella costruzione dei suoi successi. Oggi Maria Canins, che lo scorso 4 giugno ha compiuto 77 anni, continua a vivere lo sport con lo stesso entusiasmo di sempre. Pedala meno a causa del traffico sempre più pericoloso, ma continua ad amare i sentieri delle sue montagne, incarnando ancora oggi una filosofia fondata sulla semplicità, sul sacrificio e sulla fatica.
Se oggi le imprese delle sportive italiane trovano maggiore spazio sui giornali, in televisione e nell’immaginario collettivo, una parte di quel cambiamento è dovuta anche a donne come Maria Canins. Molto prima che il tema della parità nello sport diventasse patrimonio comune, lei aveva già dimostrato, semplicemente attraverso le vittorie, che il talento non conosce differenze di genere.Per questo il 27 luglio 1986 rappresenta molto più della data di un secondo Tour de France. È il giorno in cui una donna partita dalle montagne della Val Badia raggiunse il vertice del ciclismo mondiale in un’epoca che non era ancora pronta a riconoscere pienamente il valore delle proprie campionesse. A distanza di quarant’anni quella vittoria appare ancora più significativa: non soltanto per ciò che Maria Canins conquistò sulle strade di Francia, ma per la strada che seppe aprire alle generazioni successive di atlete, consentendo loro di essere finalmente riconosciute per quello che erano davvero: grandissime campionesse.

