Insulti sessisti e violenti all’arbitra davanti alla famiglia: l’ennesima vergogna del calcio “punita” con 800 euro

DiDaniele Magagnin

24 Settembre 2026

Domenica a Laives, sul campo, non è successo nulla di straordinario. Una normale partita di Promozione, Voran Laives-Cermes Marlengo, terminata 2-2, con le consuete proteste, qualche decisione arbitrale contestata, un’espulsione per doppia ammonizione e un gol annullato per fuorigioco ai padroni di casa. Tutto nella fisiologia di una partita di calcio. Sugli spalti, invece, è successo qualcosa che con la fisiologia del calcio non ha nulla a che vedere e che non può essere archiviato come il solito episodio di maleducazione da stadio. La protagonista suo malgrado è stata una donna, una mamma, un’arbitra con 23 anni di carriera alle spalle, una delle direttrici di gara più esperte del panorama provinciale. Per parte della partita è stata bersagliata dagli spalti con insulti pesanti, volgari e sessisti, ripetuti con una continuità che rende ancora più grave quanto accaduto. E il particolare che rende la vicenda ancora più inquietante è che quelle parole, che sarebbero partite da sostenitori ospiti, sono state pronunciate davanti alla sua famiglia: il compagno, dirigente FIGC, i genitori e la figlia di appena cinque anni. Una presenza che rende ancora più difficile comprendere la violenza verbale di quelle persone, che non si sono limitate a contestare una decisione arbitrale, ma hanno trasformato una partita di calcio in un attacco personale. Viene da chiedersi che cosa abbia dovuto spiegare quella madre alla propria figlia una volta tornata a casa, dopo aver sentito per tutta la partita quelle parole rivolte alla persona che la bambina conosce come mamma. Contestare una decisione arbitrale è una cosa. Protestare, arrabbiarsi, discutere una scelta del direttore di gara fa parte dello sport. Insultare una persona in una partita di calcio di periferia dal valore esiguo, umiliarla, rivolgerle offese sessiste e arrivare all’aggressività verbale è un’altra cosa. Non è tifo, non è passione, non è calcio. E diventa ancora più paradossale se, come è stato riferito, alcune delle persone protagoniste degli insulti sarebbero riconducibili alla squadra ospite, quella che in alcune circostanze aveva persino beneficiato delle decisioni arbitrali. A un certo punto la situazione è degenerata al punto da costringere l’arbitra a fermare la partita per circa tre minuti a causa dell’atteggiamento aggressivo di uno degli spettatori. Non siamo quindi più soltanto di fronte alla protesta scomposta di qualcuno che non accetta una decisione: siamo di fronte a un comportamento che ha superato un limite evidente.

La partita, comunque, è ripresa ed è arrivata al termine. Poi, oggi, è arrivata la decisione della giustizia sportiva: 800 euro di ammenda alla società, accompagnata dall’invito a vigilare maggiormente sul comportamento degli spettatori. Ottocento euro. Nel provvedimento, peraltro, l’episodio viene definito di “particolare gravità”. Ed è proprio questa definizione che dovrebbe far riflettere. Se un episodio qualificato dalla stessa Federazione come particolarmente grave si traduce in una multa di 800 euro e in un richiamo alla società perché vigili di più, viene spontaneo chiedersi quale debba essere la soglia oltre la quale il calcio decide davvero di fermarsi e gli arbitri (già costretti ai doppi turni per carenza di organico) incrocino le braccia. Il problema, infatti, non è soltanto l’importo della sanzione, ma il messaggio che rischia di passare: che dagli spalti si possa insultare un arbitro, che una donna possa essere bersagliata con offese sessiste, che si possa arrivare a un comportamento aggressivo tale da provocare l’interruzione della gara e poi, alla fine, tutto possa riprendere come se nulla fosse.

Ecco il provvedimento assunto e pubblicato nel Comunicato 21-20262027 della LND Comitato di Bolzano_

A CARICO DI SOCIETA’ / ZU LASTEN DER VEREINE AMMENDA  Euro 800,00 TSCHERMS MARLING FUSSBALL Ai sensi dell’art. 28, comma 4, C.G.S., per il comportamento di alcuni sostenitori riconducibili alla società A.S.V. Tscherms Marling Fussball, i quali, per gran parte della gara, rivolgevano reiteratamente al direttore di gara grida ed espressioni gravemente ingiuriose e offensive, caratterizzate anche da contenuti sessisti e discriminatori, in quanto fondati sul genere del direttore di gara. Tali manifestazioni, per la loro reiterazione, durata e concreta percepibilità nel corso della gara, nonché per il loro inequivoco contenuto discriminatorio, integrano la fattispecie di cui all’art. 28, comma 4, C.G.S.. Le condotte proseguivano, inoltre, nonostante i ripetuti richiami rivolti al capitano della società affinché intervenisse per farle cessare. Uno dei sostenitori assumeva altresì un atteggiamento aggressivo e intimidatorio nei confronti di un rappresentante FIGC presente alla gara. La gravità e la persistenza delle condotte rendevano necessario, al 25° minuto del secondo tempo, sospendere temporaneamente la gara, che poteva riprendere dopo circa tre minuti, una volta ristabilite le condizioni per il regolare svolgimento dell’incontro. Valutata pertanto la particolare gravità dell’episodio, anche in considerazione del fatto che il comportamento dei sostenitori ha determinato l’interruzione della gara, e preso atto che la sanzione prevista dall’art. 8, comma 1, lett. d), C.G.S. non risulta concretamente applicabile in termini di effettività e afflittività in relazione alle caratteristiche dell’impianto, si applica, in sostituzione, la sanzione dell’ammenda di € 800,00. La società A.S.V. Tscherms Marling Fussball è altresì diffidata a vigilare con maggiore attenzione sul comportamento dei propri sostenitori e ad adottare ogni misura idonea a prevenire il ripetersi di analoghi episodi.

Forse bisognerebbe avere il coraggio di cambiare approccio. Il calcio non può andare avanti a qualsiasi costo. Se dagli spalti si oltrepassa il limite della civiltà, la partita può e deve essere fermata. Si porta via il pallone, si manda a casa chi non sa stare in un campo di calcio, anche se questo significa danneggiare gli altri spettatori, i giocatori o chi ha pagato per assistere alla partita. Perché lo spettacolo può essere sacrificato, la dignità no. E c’è una contraddizione sulla quale il mondo del calcio dovrebbe interrogarsi seriamente: da una parte ci si lamenta continuamente della carenza di arbitri, si organizzano corsi e campagne per avvicinare giovani e ragazze al mondo arbitrale, si cerca di costruire una nuova cultura sportiva; dall’altra una ragazza che si affaccia all’arbitraggio può vedere ciò che è accaduto a Laives e chiedersi se valga davvero la pena di intraprendere quella strada. La settimana prima un arbitro si era fermato perché gli avevano ripetutamente promesso di aspettarlo sotto casa. Per 30 euro a gara con rischi annessi è facile intuire che la classe dei fischietti sia sempre meno affollata.

La direttrice di gara di Laives, dopo 23 anni di carriera, non ha bisogno di dimostrare nulla a nessuno. Ventitré anni di partite, trasferte, decisioni, responsabilità e tempo dedicato al calcio provinciale. Non chiede applausi e non pretende che ogni sua decisione venga condivisa. Non chiede di essere considerata infallibile. Chiede semplicemente rispetto. Perché dietro quel fischietto c’è una persona, c’è una donna, c’è una madre, c’è una famiglia. Ci sono più di quattro lustri nell’abbattere stereotipi e pregiudizi con i fatti sul campo. Quello di Laives non dovrebbe essere considerato soltanto un episodio da inserire in un referto arbitrale o in un comunicato della giustizia sportiva. Dovrebbe diventare un’occasione per interrogare tutti: Federazione in primis, società, dirigenti, allenatori, arbitri e soprattutto chi frequenta gli spalti. Le società devono fare la loro parte, la Federazione deve mettere a disposizione strumenti realmente efficaci per individuare i responsabili e, quando possibile, devono essere accertate anche le responsabilità individuali di chi oltrepassa il limite. Non bastano i comunicati di solidarietà del giorno dopo, non bastano le frasi di circostanza, non basta dire che “sono cose che non devono accadere”. Perché continuano ad accadere.

Il calcio può essere passione, rabbia, gioia, delusione. Può essere discussione, anche accesa. Ma non può diventare un alibi per l’insulto, per il sessismo, per l’umiliazione e per l’aggressività nei confronti di chi sta semplicemente svolgendo il proprio compito. E soprattutto non può diventare il luogo nel quale si pretende di giustificare qualsiasi comportamento in nome dello spettacolo. Poi non chiediamoci perché gli arbitri siano sempre meno, perché tanti giovani abbandonino, perché sia difficile convincere una ragazza a indossare una divisa e prendere in mano un fischietto. A volte le risposte sono tutte lì, sugli spalti di un campo di provincia. E davanti a episodi come questo, dire semplicemente “basta” non dovrebbe essere una provocazione, ma il minimo indispensabile.