Carlo Odorizzi, il motore del centrocampo compie 72 anni: una vita da mediano

DiDaniele Magagnin

3 Novembre 2026

Il cuore oltre l’ostacolo: dai meli della val di Non alle promozioni con Genoa ed Hellas Verona, la storia di un campione dal cuore generoso che ha da poco compiuto 72 anni.

Ci sono profumi che rimangono addosso per tutta la vita, capaci di raccontare un uomo meglio di qualsiasi statistica. Per Carlo Odorizzi, che ha appena festeggiato il traguardo dei 72 anni essendo nato il 31 ottobre 1954, quei profumi sono due: l’odore intenso del legno massiccio lavorato nella bottega della sua famiglia per realizzare le cassette per le mele e quello dell’erba bagnata delle domeniche pomeriggio. Due mondi apparentemente lontani, eppure uniti dallo stesso identico filo conduttore: la fatica, l’onesta del lavoro manuale e quel rispetto sacro per il dovere che solo le radici profonde sanno dare. Poche parole, tanti fatti, grande considerazione. Oggi che il calcio viaggia a cifre iperboliche e riflettori perennemente accesi, la storia di Odorizzi brilla di una luce diversa, nostalgica e romantica, come le vecchie figurine Panini custodite nei cassetti della memoria. La sua immagine la ritrovi negli spogliatoi dei Genoa e anche in quelli del Verona, della Sambenedettese e dell’Arezzo (dove andò dopo il Bolzano, nel 1974).

La favola di Carlo comincia a Tuenno, tra i filari ordinati di meli della Val di Non. In quella terra fiera e silenziosa, la passione per il calcio degli Odorizzi non è un semplice passatempo, ma un fuoco che arde nei fine settimana. Il giovane Carlo impara a calciare nella piazza del paese, sui ciottoli che consumano le suole, prima di farsi notare a tredici anni dal Mezzocorona. Chi c’era a quei tempi ricorda ancora quel ragazzino biondo che, per andare agli allenamenti, pedalava chilometri e chilometri su una bicicletta Graziella, sognando i grandi stadi. La stoffa si vede subito: non ha i piedi più educati della compagnia, ma possiede sette polmoni, una solidità teutonica che gli varrà il soprannome di il Tedesco, e un temperamento indomito che costringe gli osservatori a segnare il suo nome in rosso sul taccuino.

Il grande salto nei professionisti avviene lontano da casa, dopo aver indossato ma maglia dell’AC Bolzano dal 1972 al 1974. L’esordio in Serie B arriva a vent‘anni con la maglia dell’Arezzo, poi la consacrazione definitiva con la Sambenedettese, dove per due stagioni accarezza un incredibile miracolo da massima serie. In campo lo chiamano il Trattore o la Ruspa: Carlo corre per tre, ringhia sulle caviglie dei trequartisti, raddoppia le marcature e si prende la squadra sulle spalle nei momenti più difficili. E il classico mediano che ogni allenatore vorrebbe in rosa; persino Giovanni Trapattoni ne intuisce lo spessore, tanto che il suo nome finisce per qualche tempo nei radar della Juventus.

Ma è a Genova, sponda rossoblù, che Odorizzi diventa leggenda. Dal 1978 al 1981 ara il terreno di Marassi con la maglia del Grifone, diventando il beniamino assoluto della Gradinata Nord. I tifosi impazziscono per quel biondo instancabile che sputa sangue fino al novantesimo. Nella stagione 1980-1981 è tra i protagonisti assoluti della splendida cavalcata che riporta il Genoa in Serie A, suggellata da reti entrate nella memoria collettiva, come quel siluro scagliato contro il Palermo che sembrò quasi voler spaccare la porta. l’anno successivo il destino lo dirotta all’Hellas Verona di Osvaldo Bagnoli: altra piazza caldissima, altro campionato di Serie B vissuto da leader con 32 presenze e 4 gol, e un’altra memorabile promozione in tasca. Poi arriveranno le battaglie a Palermo, il ritorno a San Benedetto e gli ultimi scampoli di carriera a Francavilla, prima di chiudere il cerchio tra i dilettanti, al Bolzano e alla Rotaliana.

Rileggendo oggi i suoi almanacchi, emerge un paradosso romantico che mette i brividi: con oltre 300 presenze in Serie B e ben due promozioni conquistate sul campo da protagonista assoluto, Carlo Odorizzi non ha mai esordito in Serie A. Un ironico scherzo del destino per un giocatore che spesso ammette, con un pizzico di nostalgico rammarico, come nella massima serie alla fine ci abbiano giocato le sue riserve. Ma il valore di un uomo non si misura dai palcoscenici televisivi, e Carlo ha saputo lasciare un segno più profondo, trasformandosi in un maestro di vita una volta appesi gli scarpini al chiodo.

Sulla panchina ha vissuto una seconda giovinezza, portando il suo immenso bagaglio di esperienza sia nei campionati maschili – ha allenato il Südtirol in Serie C2 nella seconda parte della stagione 2004-2005, quando fu affiancato a Fabio Sala, cui era scaduta la deroga che gli consentiva di allenare senza patentino – sia nel calcio femminile, guidando le sue atlete con la stessa identica dedizione. Fuori dal campo, Odorizzi è rimasto l’uomo della Val di Non: buono, affabile, un pezzo di pane sempre pronto al dialogo, alla battuta e alla stretta di mano sincera. Una persona determinata, esigente e carismatica, capace di trasmettere il valore del sudore e del rispetto per la maglia.

Oggi, a 72 anni appena compiuti (31 ottobre), Carlo Odorizzi guarda il calcio moderno da una distanza di sicurezza, custode di un’epoca in cui il fango sulle maglie valeva più di ogni altra cosa. Nei suoi occhi azzurri brilla ancora la stessa luce di quel ragazzino che pedalava sulla Graziella e dell’uomo che ha nobilitato il ruolo del mediano di fatica (come raccontato nel libro autobiografico scritto da Daniele Magagnin “La mia vita da mediano”). La comunità trentina (è stato anche assessore nel comprensorio noneso con delega allo sport) e gli innamorati del vecchio calcio vanno fieri di un campione autentico, cresciuto nel profumo del legno e diventato grande senza mai perdere l’umiltà. Buon compleanno, Carlo: finchè ci sarà memoria di quel calcio romantico, la tua corsa sul prato di Marassi non avrà mai fine.