Lettera aperta al dio del calcio

DiDaniele Magagnin

19 Settembre 2026

Caro dio del calcio (minuscolo, non siamo blasfemi…),
se davvero da qualche parte esisti, se ancora ogni tanto guardi quello che succede sui nostri campi, avremmo una preghiera da farti e
una lettera da scriverti.
Ridacci il calcio di Rivera a di Mazzola (a proposito, che la terra di sia lieve grande Sandro, salutaci al tuo arrivo in cielo babbo Valentino, pronto a rimboccarti e a rimboccarsi le maniche).
Ridacci i fantasisti, i numeri 10, i talenti veri, quelli che prendevano la palla e saltavano l’uomo. Quelli che facevano alzare in piedi la gente prima ancora che arrivasse il gol.
Ridacci i numeri dieci, i fantasisti, i bomber, ma anche i terzimacci e gli stopper ganitici, i cnetopolmoni un messo al campo. Ridacci Pelé, Maradona, Mazzola, Rivera e Baresi, Riva, Cruijff, Zoff, Scirea, Platini, Zico, Baggio, Zidane, Ronaldo, Ronaldinho, Messi, Cristiano Ronaldo e tanti,tanti altri ancora
Ridacci le bandiere, le maglie sudate (possibilmente quelle con i colori e anche le righe ver, non quelle distorte dagli esperti di marketing) se quelle passioni che non avevano bisogno di essere spiegate.
Ridacci un calcio nel quale un ragazzo possa diventare un campione perché ha talento, perché lavora, perché se lo merita. Non perché qualcuno lo ha scelto, lo accompagna, lo rappresenta o lo ha inserito nel giro giusto.
Perché il calcio non ha mai avuto bisogno di fabbricare fenomeni tutti uguali. Ha avuto bisogno di talento, fantasia, personalità e coraggio.
Ridacci giocatori capaci di inventare qualcosa che nessun algoritmo può prevedere.
Ridacci il calcio nel quale un ragazzo possa diventare un campione perché ha talento, perché lavora, perché se lo merita. Non perché qualcuno lo ha scelto, lo accompagna, lo rappresenta o lo ha inserito nel giro giusto.
Ridacci il calcio che faceva innamorare.
Ridacci i talenti veri, quelli che prendevano la palla e saltavano l’uomo, che puntavano alla porta e non al proprio portiere, che si allenavano a segnare vicino alla porta e non senza porta. Quelli che facevano alzare in piedi la gente prima ancora che arrivasse il gol.Ora una partita fa sbadigliare troppo con qui troppi tocchi da giocatori-fotocopia.
Ridacci il merito. Ridacci la meritocrazia.
Perché oggi, qualche volta, viene il sospetto che nel calcio non basti più essere bravi. Bisogna essere graditi. Bisogna conoscere qualcuno. Bisogna appartenere al progetto giusto, alla corrente giusta, al gruppo giusto.
E guai, soprattutto, a dire troppo chiaramente quello che non funziona.
Libera il calcio da veline formose di poco vestite anche quando fa freddo che si spacciano per giornaliste, ma che giornaliste non sono, in modo tale da potersi prestare ai contratti pubblicitari. Con buona pace di chi difende i dirirri delle donne e dei giornalisti! Togli arroganti e incompetenti. Ridacci giornalisti di spessore, i grandi poeti del calcio e magari anche calciatori e mister che non rispondono sempre con quelle tre frasi fatti (una per la vittoria una per il pareggio e la terza per la sconfitta) per non irritare chi li paga (spesso tanto).

Perché il sistema, caro dio del calcio, ama molto parlare di trasparenza, confronto e libertà. Ma sembra apprezzare molto meno chi la trasparenza la pratica davvero, chi il confronto lo affronta senza paura e chi ha la schiena abbastanza dritta da dire al sistema quello che il sistema è, ma non vuole sentirsi dire.
E così capita che persone capaci, competenti e magari anche scomode diventino improvvisamente sacrificabili.
Mentre altre, magari molto più accomodanti, trovano porte spalancate.
È questa la meritocrazia che vogliamo insegnare ai nostri ragazzi?
E poi ci sono i tecnici. Quelli che arrivano, costruiscono, lavorano, mettono faccia e competenza, entrano nelle difficoltà di una stagione e diventano parte di una storia. E poi, ci sono quelli ven pagati che quache volta, se ne vanno quasi senza salutare.
Non c’è nulla di scandaloso nel cambiare squadra. Il professionismo è anche questo. Un tecnico ha il diritto di scegliere il progetto che ritiene più conveniente o ambizioso. Ma sarebbe bello ricordare che, dietro ogni contratto, ci sono rapporti umani.
E allora viene spontaneo chiedersi se sia davvero corretto abbandonare con leggerezza una panchina di assoluto valore, per abbracciare un progetto molto più ricco, mentre chi resta deve raccogliere i cocci e poi tornare come se niente fosse.
La riconoscenza non è una debolezza.
E forse dovremmo smettere anche di confondere il valore di un progetto con la quantità di denaro che lo finanzia. Perché qui arriviamo alla grande ipocrisia del calcio moderno. Società capaci di spendere milioni per giocatori, allenatori, procuratori, consulenze, strutture e operazioni di mercato che poi scoprono improvvisamente che per chi lavora ogni giorno nelle aree strategiche e operative non ci sono risorse.
Milioni sul campo. Spiccioli dietro le quinte.
Si investe senza battere ciglio quando si tratta di ciò che finisce sotto i riflettori e si comincia a fare economia quando bisogna pagare chi tiene in piedi la macchina. E qualche volta si arriva persino a risparmiare sulla carta igienica. Sembra una battuta.
Invece è la fotografia perfetta di una certa mentalità: grandi proclami, piccoli gesti. Si parla di famiglia, appartenenza, valori, persone, comunità. Poi si guarda il centesimo quando c’è da riconoscere dignità e valore a chi lavora lontano dalle telecamere.
Il calcio è pieno di parole bellissime.

Il problema è che le parole, senza comportamenti coerenti, diventano soltanto marketing.
E allora, caro dio del calcio, ridacci almeno un po’ di coerenza. Ridacci una Nazionale nella quale indossare la maglia azzurra torni a essere qualcosa di straordinario. Una convocazione dovrebbe essere un premio, un punto d’arrivo, una responsabilità.
E allora facci anche vedere, almeno qualche volta, un gesto di responsabilità vera. Se un calciatore commette un errore che rientra in un codice etico, magari una convocazione la può anche saltare. Non come condanna definitiva, non per cancellare una carriera, ma come gesto di rispetto. Come segnale. Come monito soprattutto per i più giovani. Perché gli errori si possono perdonare.
Ma non possiamo insegnare alle nuove generazioni che, per qualcuno, si può fare tutto e poi tornare in campo come se nulla fosse.
Ridacci un calcio nel quale una regola valga per tutti.
Ridacci dirigenti che conoscano il calcio. Che lo abbiano vissuto. Che sappiano cosa significa uno spogliatoio, una trasferta, una domenica di campionato, una tribuna di periferia, un campo di provincia. Caccia dal tempo i lestofanti citati dal puro Silvio Baldini.
Persone che sappiano che dietro ogni partita ci sono bambini, ragazzi, famiglie, volontari, allenatori, società e migliaia di persone che continuano ad amare questo sport nonostante tutto.
Ridacci un calcio nel quale contino meno gli amici degli amici o i leccapiedi e più le persone veramente capaci.
Un calcio nel quale i procuratori facciano il loro mestiere, senza che si alimenti l’impressione che possano determinare, direttamente o indirettamente, il destino di giocatori e allenatori.
Il calcio ha bisogno di agenti, dirigenti, professionisti e manager.veri, autentici. Ma prima ancora ha bisogno di calciatori e allenatori scelti per quello che sanno fare. E soprattutto ha bisogno di persone che non abbiano paura di dire «no».
Perché il vero professionista non è quello che dice sempre sì. È quello che, quando serve, ha il coraggio di dire che una cosa non funziona. Anche sapendo che quel coraggio potrebbe costargli caro.
La schiena dritta, nel calcio come nella vita, non dovrebbe essere una colpa. E invece qualche volta sembra proprio così. Chi si adegua trova spazio. Chi critica viene considerato scomodo. Chi tace viene definito collaborativo. Chi parla viene invitato a riflettere. E chi, dopo aver riflettuto, continua a dire le stesse cose, improvvisamente diventa un problema.

Caro dio del calcio, se puoi intervenire, fallo anche qui.
Perché il calcio può diventare sempre più moderno, tecnologico, televisivo e commerciale. Può avere VAR, algoritmi, social network, grandi sponsor, stadi futuristici e milioni di euro. Ma se perde credibilità, passione e merito, perde una parte della propria anima. Non ti chiediamo di riportarci indietro nel tempo.
Non siamo nostalgici fino a questo punto. Ti chiediamo soltanto di restituirci il senso del calcio.

Quello in cui un ragazzo sogna di diventare un talento e ha le opportunità per farlo, anche se babbo e mamma non hanno i soldi per farlo giocare ad un certo livello. Quello in cui un numero dieci può ancora farci innamorare. Quello in cui un bomber segna e non deve spiegare perché. Quello in cui una maglia azzurra si conquista.
Quello in cui una regola vale per tutti. Se non sei tesserato non pui giocare, anche se sei un top player, lo stesso vale se ti candidi a qualche ruolo presidenziale. E’ una questione di regole. Non vale proprio tutto, Serve il rispetto delle regole e delle persone, Quello in cui un tecnico può scegliere il proprio futuro senza dimenticare chi gli ha dato fiducia. Quello in cui un dirigente può dire una verità scomoda senza rischiare di essere considerato un nemico. Quello in cui un dipendente non deve sentirsi dire che «non ci sono soldi» per gli strumenti di lavoro o per le coe indispensabili mentre intorno a lui girano milioni. Quello in cui, prima di parlare di famiglia, si comincia rispettando le persone. Perché alla fine è tutto qui. Prima degli interessi, il pallone. Prima dei contratti, le persone e la gente, tutta la gente, a cominciare da quella che il biglietto lo paga veramnete, a costo anche di grandi sarcifici. Prima delle convenienze, la dignità. Prima delle amicizie, il merito. E magari, ogni tanto, anche un po’ di riconoscenza.
Caro dio del calcio, non sappiamo se ascolterai questa preghiera.
Ma almeno prova a ricordarlo a chi governa questo mondo: il calcio non appartiene a chi lo finanzia, a chi lo dirige, a chi lo rappresenta o a chi lo racconta. Il calcio appartiene soprattutto a chi lo ama veramente e non solo per interesse. E di questo calcio, francamente, ne avremmo ancora bisogno.
In chiusura, chapeau al grande Sandro Mazzola. Ora su quel grande campo in cielo, c’è un’altra leggenda, di quelle vere, autentiche, della generazione senza tattuagi, senza il taglio di capelli all’ultima moda o particolare, senza il beauty griffato da tanti soldi con dentro il profumo costoso e tante creme altrettanto onerose. L’eredità di sandro vivrà per sempre, come quella suo babbo Valentino. Ciao Leggenda!!!