Ci sono persone che, in vari modi e a modo loro, hanno lasciato un segno nel calcio della propria città. Franco Murano è certamente una di queste. E per chi ha vissuto il calcio bolzanino di quegli anni, pronunciare il suo nome significa tornare a un’epoca nella quale il pallone non era soltanto un risultato, una classifica o una trattativa di mercato. Era soprattutto passione, appartenenza, discussione, entusiasmo. Era una parte importante della vita della città.
Quando c’era Franco Murano, il calcio bolzanino aveva un’altra dimensione. Si parlava di calcio nei bar, negli uffici, sulle tribune, per strada. Le partite del Bolzano erano un appuntamento, ma anche un’occasione per incontrarsi, confrontarsi, litigare e poi ritrovarsi. E al centro di questo mondo c’era lui, con il suo carattere deciso, il modo diretto di affrontare le situazioni e quella che poteva apparire, a prima vista, come una certa rudezza.
Murano non era uomo da mezze parole. Aveva e ha ancora un carattere forte, a volte spigoloso, certamente poco incline ai compromessi. Ma dietro quella corazza c’era una persona profondamente legata al calcio e, soprattutto, alla sua città. Chi lo ha conosciuto bene sapeva che quella durezza esteriore nascondeva una bontà di fondo, una disponibilità umana che emergeva soprattutto nei rapporti personali e nei momenti nei quali contavano più le persone delle questioni calcistiche. Nel momento del bisogno lui c’era, per tutto e per tutti.
Nel calcio e nella politica aveva saputo costruire rapporti importanti, anche ai massimi livelli. Le sue amicizie e frequentazioni con personaggi come Franco Frattini, Luciano Moggi, Silvio Berlusconi e Claudio Lotito raccontano di un uomo capace di muoversi in ambienti importanti, di conoscere dirigenti, politici e protagonisti del calcio italiano, senza però perdere quel legame viscerale con la realtà bolzanina.
Prima direttore sportivo e poi presidente del Bolzano Calcio, diventato con lui FC Bolzano 1996 risollevato dalle ceneri. Murano interpretò i suoi incarichi, anche quelli politico-istituzionali con la stessa filosofia con cui affrontava la vita: mettendoci sempre la faccia e non solo quella. Non era un dirigente che amava nascondersi dietro le parole. Le scelte erano sue, le responsabilità erano sue e anche le inevitabili polemiche finivano spesso sulle sue spalle. Sue erano anche le capacità di andare a caccia di risorse per sostenere il calcio bolzanino per anni, prima della fusione con la Virtus. In molti lo hanno affiancato, gli hanno promesso mari e monti, ma il peso della sostenibilità economica senza troppi aiuti della mano pubblica se lo è sempre portato da solo, anche sui sentieri più ripidi e impervi della storia calcistica bolzanina.
Essere direttore sportivo in quegli anni significava conoscere il mercato, avere rapporti, intuire le occasioni, costruire una squadra con risorse che non erano certo quelle dei grandi club. Ma significava anche avere la capacità di convincere un giocatore a venire a Bolzano, spiegargli un progetto, trasmettergli entusiasmo. Murano possedeva quella capacità, alimentata da una rete di conoscenze costruita negli anni e da una personalità che difficilmente passava inosservata.
Dal Bolzano andò al Rimini, per assumere il ruolo di d.s. e poi il Crevalcore, neo promosso in C da campione d’Italia di serie D con il bolzanino Schwoch e al timone un mister di spessore come Franco Cresci, bandiera di lungo corso del Bologna sul terreno di gioco.
I suoi amici e consulenti sono personaggi di spessore dell’Italcalcio, amici veri prima ancora che persone con cui condividere esperienze di calcio. Parliamo di Pastorello, Zaccheroni, Beppe Marotta, Ranzani, Pasinato (che poi, in serie D gli diede una mano solo per l’amicizia…), Sonetti, Ferruccio Mazzola, Lamacca, Ricci, Marchetti, Colomba eccetera. Grande l’amicizia con Mario Cecchi Gori, che gli porta la “sua” Fiorentina al Druso e con il ministro e già vice presidente europeo Franco Frattini, ex magistrato, amante dello sci, bolzanino d’adozione nei fine settimana, presidente onorario dell’FC Bolzano 1996 di Franco Murano. E poi con Antonio Tajani, attuale Ministro degli Esteri.
Quando assunse la presidenza, il rapporto con il Bolzano diventò ancora più intenso. Non era più soltanto il dirigente che costruiva la squadra: era il presidente che rappresentava la società, il punto di riferimento al quale rivolgersi nei momenti belli e in quelli difficili. E proprio per questo diventava inevitabilmente anche il bersaglio delle critiche. A lui, che da solo si è fatto carico di reperire risorse sul libero mercato.
Il “suo” Bolzano viaggiava tra Eccellenza e Serie D con dignità e con le risorse a disposizione, comunque con una organizzazione di spessore. Quel Bolzano approdò anche alla semifinale di Coppa Italia di Serie D contro la squadra del Cercia, protagonista del reality “Campioni” di Italia 1: vinse a Cervia, ribaltando il risultato con Franzoso, capitano di lungo corso e in casa fu beffato da una decisione arbitrale discutibile su un campo al limite della praticabilità.
Murano ha dato fiducia a molti, tecnici e giocatori, dirigenti e collaboratori. A Nacereddine Berarma, detto Aziz, affidò la preparazione dei portieri “sulla fiducia”: l’algerino arrivato in Italia per lavorare e imparare calcio, oggi è il preparatore dei portieri della nazionale dell’Algeria. Insomma, uno che al mondiale americano c’è andato e da protagonista, ringraziando il suo presidente biancorosso per aver creduto in lui, quando lui non era nessuno.
Meravigliosi i camp estivi giornalieri al Druso con centinaia di bambini, con vista sul lido. Fu un precursore delle attività estive per i più piccoli. Accanto a lui c’è sempre stata la moglie Tiziana, che lo ha accompagnato nel lungo percorso.
Il calcio di Murano era un calcio diverso da quello di oggi. Trasferte bene organizzate, per mettere squadra e staff nelle migliori condizioni, con professionalità da categorie superiori. C’era comunque una dimensione umana che forse si è progressivamente perduta. Il presidente conosceva le persone, frequentava gli ambienti della squadra, viveva le partite con partecipazione. Il rapporto con i tifosi non era mediato dai social network, dai comunicati o dalle strategie di comunicazione: passava dalla stretta di mano, dalla discussione fuori dallo stadio, dalla telefonata, dal confronto diretto.
Murano poteva essere scomodo. Poteva essere duro. Poteva dire cose che non tutti avrebbero voluto sentirsi dire. Ma era autentico. E l’autenticità, nel calcio come nella vita, lascia sempre una traccia.
Ricordare Franco Murano, oggi libero professinista che si è discostato dal calcio, ma che è rimasto legato alla passione politica, significa allora ricordare anche un certo modo di vivere il calcio a Bolzano. Un calcio fatto di personaggi, di amicizie, di rivalità, di sogni e di discussioni infinite. Un calcio nel quale una partita poteva diventare l’argomento della settimana e nel quale il presidente era una figura conosciuta, riconoscibile, quasi familiare, che ti offriva il caffè al bar per primo e ti invitava al Druso.
Le amicizie con grandi protagonisti della politica e del calcio nazionale – da Franco Frattini a Luciano Moggi, da Silvio Berlusconi a Claudio Lotito – testimoniano la dimensione dei suoi rapporti, ma non raccontano fino in fondo Franco Murano, colui che è riuscito a portare la Juventus di Trapattoni al Druso – dopo un solo giorno di ritiro – per un’amichevole con il “suo” Bolzano. Per comprenderlo davvero bisogna tornare a Bolzano, al suo campo, alla sua società, ai suoi giocatori, ai suoi collaboratori e a quella passione che lo accompagnava ogni giorno.
Perché, al di là dei ruoli e delle responsabilità, Murano era soprattutto un uomo di calcio. Un uomo che il calcio lo viveva intensamente, senza risparmio, con il carattere che lo contraddistingueva.
E forse è proprio questa la ragione per cui il suo ricordo calcistico e non solo rimane così vivo: perché appartiene a un’epoca nella quale il calcio bolzanino era ancora capace di essere una passione viscerale. Una passione che divideva, faceva discutere, qualche volta faceva arrabbiare, ma che soprattutto riusciva a unire una comunità attorno a una squadra.
Franco Murano, con la sua apparente corazza e la sua bontà più nascosta, ne è stato uno dei protagonisti. E raccontarlo oggi significa non soltanto ricordare un dirigente e un presidente, ma recuperare un pezzo della memoria sportiva di Bolzano.
Franco Murano con alcuni personaggi -amici e con il suo Bolzano con Aziz
