Il Merano di coach Brian Lefley, capione d'Italia 1986

Il maestro del ghiaccio: ventinove anni fa l’addio a Bryan Lefley, l’uomo che portò l’italia ai vertici mondiali

DiDaniele Magagnin

29 Ottobre 2026

Era notte fonda il 28 ottobre 1997 quando, lungo la strada statale del Brennero a nord di Ora, un tragico incidente automobilistico spezzava la vita di Bryan Lefley a soli 49 anni. Il tecnico si stava recando a Bressanone per il raduno della Nazionale, dopo aver assistito ad una partita di hockey. Una notizia che lasciò un vuoto immenso e improvviso in tutto il movimento europeo, proprio nel momento in cui Lefley aveva deciso di dedicarsi anima e corpo esclusivamente alla guida del Blue Team, rifiutando le panchine dei club dopo aver trionfato in Svizzera con il Berna.

Nato in Canada a Grosse Isle nel 1948, Lefley aveva alle spalle una solida carriera da difensore e ala in NHL (con oltre 200 presenze tra New York Islanders e Colorado Rockies) prima di trasferirsi in Europa. Ma è dietro la transenna, con la lavagnetta in mano, che ha scritto le sue pagine più gloriose.

Nel 1986, Bryan compie a Merano un autentico capolavoro sportivo, spezzando l’egemonia dei rivali del Bolzano e guidando la squadra della città del Passiro al primo, storico scudetto sul ghiaccio del Palamainardo. Una cavalcata epica conclusa nella bollente finale contro l’Asiago. Lefley plasma un collettivo d’acciaio guidato in pista dal leggendario top scorer del campionato, il canadese Mark Morrison. In quella storica squadra spiccavano fuoriclasse assoluti come l’italo-canadese John Bellio e Bob Manno, giocatori di spessore come gli “italo azzurri” Grant Goegan, Frank Nigro, Tom Milani, l’esperto terzino Dave Tomassoni, poi sentore negli States e gli autoctoni Walter Allneider, Marco Capone, Francesco Lopetuso, Günther Moritz, Willy Niederegger, Paolo Nuvolini, Livio Pegoraro, Norbert Prünster, Engelbert Rassler, Claudio Rier, Gianni Spoletti e Pierluigi Venturi. Pochi anni dopo, nel 1989, Lefley si ripeterà in Lombardia portando anche i Mastini Varese sul tetto d’Italia.

Il miracolo azzurro: i leggendari Mondiali di “Italia ’94” – Nel 1992, ereditando una Nazionale reduce dal deludente dodicesimo e ultimo posto alle Olimpiadi di Albertville, Lefley accetta la sfida della panchina azzurra. Sotto la sua guida, il Blue Team vive l’epoca d’oro più splendente di sempre.

Il capolavoro assoluto si compie nel Mondiale casalingo del 1994, disputato a Bolzano nel nuovissimo Palaonda, Canazei e Milano. L’Italia, neopromossa nel Gruppo A (l’élite mondiale), affronta i colossi del pianeta senza timori reverenziali. Spinta da un pubblico caldissimo, la Nazionale di Lefley conquista un clamoroso sesto posto assoluto, il miglior risultato della storia dell’hockey italiano.

Lefley riesce a far convivere e a cementare un gruppo pazzesco di campioni: in porta una vera e propria saracinesca a tre formata da Mike Rosati, David Delfino e Bruno Campese, la difesa è guidata dal capitano Robert Oberrauch, affiancato da guerrieri come Leo Insam, Mike De Angelis, Phil Di Gaetano e Tony Circelli, attacco spiccano l’estro e la leadership di Gaetano “Gates” Orlando, il guizzo di Lucio Topatigh, la fisicità di Roland Ramoser, insieme a campioni indimenticabili come Bruno Zarrillo, Mario Chitarroni, Emilio Iovio, Lino De Toni, Martin Pavlu e Vezio Sacratini.

Quella squadra arrivò anche al 9° posto alle Olimpiadi di Lillehammer del 1994, al 7° nei Mondiali del 1995 e 1996, e all’8° nel 1997.

Il ricordo dei suoi campioni – Il valore di Bryan Lefley si misura soprattutto nelle parole commesse di chi è sceso in pista per lui: Il capitano Robert Oberrauch lo ha sempre ricordato come un signore d’altri tempi e un professionista impeccabile. Martin Pavlu ha spesso sottolineato la sua incredibile capacità di creare un gruppo unito, ricordando come tutta la squadra giocasse dando il massimo anche e soprattutto per lui. Lucio Topatigh rammentava la sua immensa umanità e quel modo tutto suo di spronare lo spogliatoio: “Era un signore, un gentiluomo preparato e corretto. Un uomo straordinario”. Bryan Lefley ha insegnato all’hockey italiano a sognare e a guardare negli occhi i giganti del mondo, lasciando un’eredità che non sbiadirà mai.

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