FC Südtirol e capitan Tait. Nelle comunicazioni ufficiali del club e nelle cronache si legge costantemente: “… capitan Tait e compagni…”, questa associazione di parole non è mai stata una semplice consuetudine burocratica, ma un piccolo manifesto d’appartenenza. Fabian Tait non è soltanto il custode del record di presenze in biancorosso o l’uomo che rappresenta il cuore dello spogliatoio. È la bandiera che ha sventolato su ogni campo, dalle sponde polverose della terza serie fino ai palcoscenici illuminati della Serie B per qualche lustro, incarnando l’anima stessa del Druso. Un simbolo, un’icona. Uno che si è sempre battuto per la causa fuori e dentro il campo. In ogni luogo, in ogni contesto, soprattutto in occasione di ogni temporale, pronto a metterci la faccia e a prendersi le responsabilità, i fulmini e le secchiate d’acqua gelida.
Eppure, in questa fase del campionato, quella bandiera sembra essere stata temporaneamente ripiegata e adagiata in panchina da mister Davide Possanzini, che pare sia intenzionata ad ammainarla di persona, tra l’assordante silenzio generale. Un’assenza dal rettangolo verde che si avverte nel silenzio delle scelte tattiche, e che invita a una riflessione serena, ma profonda, sul destino del capitano di sempre.
Il calcio di Possanzini dovrebbe avere la precisione di un orologio e la fluidità di uno spartito geometrico, dove ogni movimento risponde a un’esigenza immediata, a un’idea di dinamismo assoluto. In questo disegno, le decisioni del tecnico rimangono sovrane e legittimate dal campo. Ma la domanda, sospesa tra la tribuna e l’erba, si fa strada in punta di piedi: può un patrimonio di leadership, accumulato chilometro dopo chilometro, restare confinato ai margini del gioco quando la partita chiama l’esperienza e serve uno che incarna la resilienza?
Il campionato di Serie B è un lungo inverno che non fa sconti a nessuno, un cammino logorante fatto di tempeste e di momenti in cui il pallone scotta più del dovuto. Negli anni, sotto ogni gestione tecnica, Tait ha dimostrato una duttilità quasi poetica, la capacità rara di farsi tempismo e sostanza, anche quando qualcuno gli aveva puntato inspiegabilmente il dito contro. Ha sempre risposto con i fatti concreti in campo. Che si tratti di alzare un argine nei minuti di sofferenza, di mettere ordine quando il centrocampo perde la bussola o di concedere un turno di riposo ai titolari, il suo ingresso in campo ha sempre trasmesso la certezza di un porto sicuro.
Il suo valore come uomo spogliatoio e punto di riferimento per il popolo biancorosso è una verità scritta sui gradoni dello stadio. Tuttavia, è proprio nei momenti in cui la squadra fatica a ritrovare la propria identità che l’orgoglio del capitano potrebbe rivelarsi la chiave di volta. Dare a Tait lo spazio che merita, inserendolo con maggior costanza nelle rotazioni, non significherebbe rinnegare la filosofia di Possanzini, ma arricchirla di quell’istinto che solo chi ha la maglia cucita addosso sa possedere. Servirebbe per lo meno a confermare che Tait è il capitano, nel senso più profondo e stretto del termine.
Se per il club e per i tifosi la squadra è e rimarrà sempre “Tait e compagni», è perché il cuore pulsante del Südtirol ha ancora bisogno del suo faro. 15’ minuti giocati, suddivisi tra 4’ a Benevento e 11’ in casa contro il Modena, sembrano pochini all’occhio di chi ama ancora le bandiere e crede nei simboli di un calcio sempre più scevro dai baluardi dai grandi valori.
La speranza di molti è che quella bandiera possa tornare presto a dispiegarsi nel vento del rettangolo di gioco, laddove la storia si fa presente.

