C’è stato un tempo in cui il calcio in Italia non era semplicemente lo sport nazionale, ma una liturgia laica inscindibile dall’identità collettiva. Il calcio degli idoli, delle figurine Panini con tutto il loro fascino, delle rose con una quindicina di giocatori, degli undici titolare snocciolati a memoria, di “tutto il calcio minuto per minuto” con i suoi fantastici radiocronisti e la radio a transistor incollate all’orecchio, di 90° minuto e dei giocatori leader: i grandi portieri, gli arcigni difensori, i mediani dai sette polmoni, il registi veri, i bomber, le mezze ali, del calcio che verticalizzava e non tikitava, del calcio dell’estro della fantasia, della creatività, di chi arrivava a giocare per effettivi meriti e non doveva pagare, del calcio senza mediatori, ma dai grandi uomini, in campo e fuori, giocatori, allenatori, presidenti veraci, sanguigni, appassionati, veri. Non c’erano i fondi o i mediocri arrivati in alto pagando o per conoscenze, dei professionisti veri fuori e dentro il rettangolo di gioco.
Oggi, quel monopolio assoluto si è ufficialmente incrinato. I dati della Federazione Italiana Tennis e Padel (FITP) certificano un sorpasso storico: il numero dei tesserati ha superato quello della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) dalle mille e una contraddizione, dele scelte per lo meno discutibili e di tanto rovesci di una medaglia che fa fatica a girarsi per mostrare un lato bello che appartiene al passato. Non si tratta di una semplice fluttuazione statistica o di una moda passeggera legata all’esplosione dei campi di vetro e delle ‘pateche’. È l’effetto visibile di un travaso culturale, la spia rossa di un malessere profondo che sta svuotando gli stadi, riducendo gli abboinamenti alla pay-tv (principale fonte di sostentamento di club che sia in A che in B e anche in C si gestiscono passi di gran lunga più grandi della gamba) e allontanando le nuove generazioni dal rettangolo verde. Effetto Sinner in buona parte, ma non in toto.
Il calcio italiano sta pagando il conto di un progressivo e apparentemente inarrestabile distacco dalla sua base di appassionati. Il primo e più evidente fattore è la prolungata astinenza da risultati di prestigio a livello di Nazionale, un tempo collante patriottico e fabbrica di sogni. Ma la crisi dei trofei è solo la punta dell’iceberg. Sotto la superficie si consuma un dramma sentimentale: la perdita d’affetto nei confronti dei club, di settori giovanili in cui si persegue il risultato, si guarda al fisico del ragazzo (tra l’altro nella fase di crescita), che si illudono i ragazzi, salvo poi immergerli nel tritacarne, in cui la formazione (scuola) è solo facciata e non realtà. In un calcio globale dominato da fondi d’investimento stranieri, calendari saturi e spezzettati per esigenze televisive, e calciatori trasformati in brand itineranti, il tifoso si è scoperto cliente. Quell’atavico senso di appartenenza, che faceva tramandare la fede calcistica di padre in figlio, è stato sacrificato sull’altare del business, lasciando un vuoto emotivo colmato da una crescente apatia.
Il colpo di grazia alla popolarità del pallone arriva però sul terreno della credibilità. Il calcio italiano si è avvitato in un sistema di troppe contraddizioni, dove il merito sportivo è diventato una variabile subordinata. Scandali finanziari, giustizia sportiva dai tempi bizantini, alleanze di palazzo e logiche di procuratori onnipotenti hanno dipinto l’immagine di un mondo cinico e opaco. Un mondo in cui, come anticipato, non sempre i migliori riescono a fare strada o, più semplicemente, a giocare. Il talento puro, se privo delle giuste sponde manageriali o geopolitiche all’interno delle società, rischia di marcire in panchina o nelle categorie inferiori, a favore di investimenti esteri o logiche di plusvalenza. I giovani e le loro famiglie se ne sono accorti: il rettangolo di gioco non è più quel perimetro democratico dove chi vale davvero emerge.
In questo scenario di disillusione, la galassia del tennis e del padel ha fatto l’esatto opposto, muovendosi con una programmazione impeccabile. Trainato da una generazione di fenomeni globali e da una capillarità strutturale che ha trasformato il padel in uno sport sociale, accessibile e aggregante, questo mondo ha rimesso al centro l’individuo e la trasparenza del verdetto. Sulla terra battuta o dentro la gabbia di vetro non ci sono scuse, non ci sono decisioni arbitrali controverse che tengono per ore davanti alla moviola, né panchine figlie di equilibri di spogliatoio o di bilancio: chi vince il punto va avanti, chi perde stringe la mano all’avversario.
Il sorpasso dei tesserati non è quindi un trionfo della racchetta sulla sfera, ma la vittoria della meritocrazia sulla burocrazia, della passione praticata sul divismo guardato in TV. Il calcio è avvisato: senza una profonda purificazione etica e un ritorno alla trasparenza, la sua egemonia culturale è destinata a rimanere soltanto un bel ricordo in bianco e nero di quando andava in onda “Tutto il calcio minuto per minuto”. “Scusa Ameri, sono Ciotti, ti interrompo per dirti che il calcio sta agonizzando, a dopo per i dettagli, linea allo studio …”.

