La sostenibilità entra con convinzione nel calcio professionistico. E questa, di per sé, è una buona notizia. La Lega Nazionale Professionisti Serie B, attraverso la piattaforma B4People, ha scelto di mettere al centro sostenibilità sociale e ambientale, coinvolgendo anche il Terzo Settore e puntando sui valori di rispetto e responsabilità sociale all’interno della comunità sportiva. Un progetto importante, ambizioso e necessario. Anche perché il calcio, più di molti altri fenomeni sociali, ha la possibilità di parlare a milioni di persone e soprattutto alle nuove generazioni.
Ma proprio perché si parla di sostenibilità, sarebbe bene non fermarsi alle dichiarazioni di principio. Perché tra la teoria e la pratica, negli stadi italiani, esiste ancora una distanza piuttosto evidente, quasi abissale. Basta guardarsi attorno durante una normale partita. Decine e decine di bottigliette di plastica consumate per pochi sorsi e poi abbandonate o lanciate. Ai chioschi, ancora oggi, una quantità impressionante di contenitori e involucri in plastica. E poi l’energia: fari dell’impianto che vengono accesi durante o alla fine del primo tempo anche quando splende il sole. Partite invernali in notturna che si potrebbero giocare di giorno per risparmiare energia. La lista è lunga … compresi i finti parastinchi (a proposito, quelli veri non dovrebbero essere obbligatori?) in pezzi di plastica o materiale poco ecocompatibile ritagliati da qualche materassino di allenamento e poi lasciati in campo o in panchina a fine gara e poi le borracce di plastica eccetera … Spalti a fine gara inguardabili dai rifiuti, spesso anche per mancanza di adeguati sacchetti di raccolta (magari differenziata) in sicurezza. Spogliatoio lasciati con bottigliette vuote, nastro adesivo per parastinchi, involucri di snack di plastica, sacchetti di plastica per il ghiaccio eccetera, eccetera, eccetera.
Piccole cose? Apparentemente sì. Ma la sostenibilità, quella vera, è fatta proprio di piccole cose. Di comportamenti quotidiani. Di scelte concrete e responsabili. Di numeri che, moltiplicati per decine di partite e per decine di stadi, diventano tutt’altro che piccoli.Non è una critica al ben progetto. È, semmai, una provocazione costruttiva rivolta a tutto il sistema calcio: se vogliamo davvero parlare di sostenibilità, dobbiamo cominciare da ciò che accade sotto i nostri occhi ogni giornata di gioco.
La strategia ESG – Environmental, Social and Governance – annunciata dalla Lega B, in linea con le indicazioni della UEFA e con la Strategia di Sostenibilità del Calcio recepita dalla FIGC, può rappresentare un cambio di passo. Ma perché lo sia davvero deve arrivare fino all’ultimo anello della catena: società, impianti, fornitori, punti di ristoro, organizzazione delle gare, calciatori e tifosi. Ridurre la plastica, introdurre sistemi di raccolta e riciclo realmente efficaci, utilizzare materiali alternativi, evitare gli sprechi energetici, sensibilizzare il pubblico. Non servono necessariamente rivoluzioni. Servono soprattutto coerenza e continuità.
Perché non avrebbe molto senso parlare di responsabilità e poi produrre montagne di plastica durante una partita. Così come è difficile spiegare ai ragazzi l’importanza del risparmio energetico mentre si illuminano gli spalti quando il sole fa ancora egregiamente il proprio lavoro. Difficili sostituire le centinai di bottigliette di plastica consumate o buttate dopo un sorso in ogni gara con rubinetti di acqua potabile per riempire borracce personalizzate che ogni calciatore e/o persona gara si porta appresso con il suo nome o numero bene impresso e lo deposita accanto alla panchina in rastrelliera dedicata?
Il calcio ha una straordinaria capacità educativa. E proprio per questo non può limitarsi a raccontare la sostenibilità: deve mostrarla. Parliamo ancora di una bella iniziativa, da sostenere e sviluppare. Ma il vero successo del progetto non si misurerà soltanto nei documenti, nei programmi e negli obiettivi ESG. Si misurerà anche, molto più semplicemente, nel numero di bottigliette di plastica che non finiranno più per terra, negli involucri che verranno sostituiti, nei rifiuti che saranno correttamente recuperati e nei fari che resteranno spenti quando fuori c’è ancora luce. Perché la sostenibilità, nel calcio come nella vita, non può essere soltanto una parola buona per un comunicato stampa.
Deve diventare un comportamento. E possibilmente cominciare dal prossimo calcio d’inizio.

