Ci sono gol che valgono tre punti. E poi ce ne sono altri che valgono molto di più. Il gol di Simone Davi alla Virtus Entella, al 90’, appartiene alla seconda categoria. Perché dentro quel sinistro che ha fatto esplodere il Druso non c’è soltanto la rete dell’1-0, arrivata dopo una partita giocata per quasi un tempo in inferiorità numerica. C’è una storia. La storia di un ragazzo di Bolzano che ha attraversato tutte le stagioni del Südtirol, che ha conosciuto la gavetta, le panchine, le difficoltà, le promozioni, la Serie C e poi la Serie B. E che ieri sera, quando forse qualcuno pensava che il suo tempo fosse ormai passato nel contesto di un’operazione di “pseudo epurazione totale estiva”, ha ricordato a tutti che il calcio regala ancora storie genuine, di passione e di entusiasmo, di maglia stampata sulla pelle ben più di uno dei tanti tatuaggi ostentati da quasi la totalità dei calciatori. Oggi, sulla pelle di “Simo” potrebbe trovare spazio la scritta: “Amor Fati” (ama il tuo destino), “Res non verba” (fatti, non parole) o “Still I rise” (eppure io risorgo, nel senso che vi dimostro chi sono con i fatti) o, ancora, “Ipse valere opto”, ciò “io stesso scelgo di stare bene” o “desidero dimostrare come sto”.
Tredici nuovi acquisti arrivati in estate, investimenti importanti in casa biancorossa, ma gli dei del pallone sabato sera hanno guardato oltre, sono andati a pescare l’eroe umile, facendolo alzare dalla panchina in cui era stato relegato per far spazio “ai nuovi arrivati” per eleggerlo a match winner, a protagonista assoluto. Gli dei del pallone guardano il campo con i loro occhi.
Simone Davi, sul campo, ha risposto presente. Una sorta di “… ehi, ci sono anch’io e non sono di certo inferiore a nessuno, anzi …E poi ci sarebbe anche Fede, che a sua volta è tanta roba!”.
Simo è entrato all’83’, quando il Südtirol era già stanco e l’Entella sembrava poter approfittare della superiorità numerica, gli sono bastati sette minuti per trasformarsi da comprimario a protagonista assoluto. Prima la conclusione respinta, poi il pallone che torna lì, dove devono arrivare gli uomini che ci credono fino all’ultimo: davanti alla porta. Sinistro, rete. Gol, partita incontro, tre punti.
Davi. Il vecchio che salva il nuovo.
Il paradosso più bello della serata biancorossa è tutto qui. Il Südtirol che ha cambiato pelle, che ha inaugurato il nuovo corso del direttore sportivo Matteo Lovisa con una rosa profondamente rinnovata e tredici nuovi arrivi, viene salvato proprio da uno degli uomini della precedente generazione. Un ragazzo cresciuto in casa, uno dei volti della vecchia guardia, uno di quelli che durante l’estate hanno inevitabilmente dovuto interrogarsi sul proprio futuro e sul proprio spazio all’interno di un progetto completamente nuovo.
Lovisa aveva annunciato l’intenzione di costruire un gruppo senza distinguere tra vecchi e nuovi, tutti sullo stesso piano. Una filosofia legittima, quella del nuovo direttore sportivo, chiamato ad aprire un ciclo e a costruire una squadra più giovane e ambiziosa. Ma il calcio, qualche volta, presenta il conto delle rivoluzioni con una certa ironia. E ieri sera il conto lo ha pagato l’Entella.
Perché mentre i nuovi arrivati cercano di diventare protagonisti del nuovo Südtirol, uno dei ragazzi che quella maglia l’ha indossata per anni, che conosce ogni centimetro del Druso e che ha vissuto sulla propria pelle la trasformazione del club, ha firmato il primo capitolo della nuova stagione.
Simone Davi non è soltanto un calciatore. È un pezzo di questa terra.
Nato a Bolzano e cresciuto calcisticamente in biancorosso, ha costruito la propria carriera passo dopo passo, senza scorciatoie. È arrivato al Südtirol giovanissimo, percorrendo la trafila del settore giovanile prima di affacciarsi al calcio dei grandi. È stato mandato a fare esperienza, ha conosciuto l’Eccellenza e la Serie D, ha imparato che nel calcio professionistico nulla viene regalato. Poi è tornato a casa. E quella casa è diventata il Südtirol.La sua storia è anche una storia di famiglia. Una famiglia nella quale lo sport è quasi una lingua madre.
La madre, Paola Mazzali, è stata una cestista di alto livello, arrivando fino alla Serie A. Il padre ha vissuto il calcio e ha accompagnato i figli nel loro percorso. E poi c’è Federico, il fratello minore, anche lui calciatore professionista e oggi compagno di Simone nello stesso spogliatoio biancorosso.
Due fratelli, una maglia.
Una fotografia che racconta molto più di una semplice carriera sportiva.
Federico e Simone sono cresciuti insieme, hanno condiviso il pallone e i sogni, fino ad arrivare a vivere qualcosa che non capita a tutti: giocare da professionisti nello stesso club, con la stessa maglia, rappresentando una terra che li ha visti crescere.
E non è un caso che entrambi siano stati protagonisti anche fuori dal campo, per esempio nella visita al reparto di Pediatria dell’Ospedale di Bolzano insieme ad altri giocatori del Südtirol. Un piccolo episodio, forse, ma capace di raccontare il lato umano di due ragazzi che non hanno mai dimenticato da dove sono partiti.
Simone, poi, ha sempre avuto una caratteristica particolare: quella capacità di restare se stesso.
Umile, disponibile, silenzioso quando serviva e combattivo quando il campo lo chiamava. Un ragazzo che non ha mai avuto bisogno di proclami per farsi voler bene. La sua risposta è sempre stata quella più semplice: lavorare.
Anche quando giocare sembrava più difficile. Anche quando arrivavano altri giocatori. Anche quando il progetto cambiava. Anche quando una squadra costruita intorno a tredici nuovi acquisti poteva far pensare che per quelli (i pochi rimasti) della vecchia guardia lo spazio sarebbe diventato sempre più piccolo.
Ieri sera, invece, quello spazio era grande quanto una porta. E Simone Davi ci si è infilato dentro con tutto se stesso. È questa la parte più emozionante della sua storia. Perché il calcio è pieno di giocatori che vengono celebrati quando tutto va bene. Molto meno numerosi sono quelli capaci di rimanere in piedi quando cambiano gli equilibri, quando arrivano nuovi compagni, quando le gerarchie si riscrivono e quando improvvisamente ti accorgi che il tuo passato conta meno del futuro che qualcun altro sta costruendo.
Simone non ha protestato. Ha aspettato.
E quando Possanzini lo ha chiamato, ha risposto. Il tecnico ha ridisegnato la squadra dopo l’espulsione di Stabile, mentre il Südtirol era costretto a giocare in dieci per quasi un tempo. Davi è entrato soltanto all’83’. Sette minuti dopo era già diventato l’uomo copertina.
Questo è il calcio. A volte crudele. A volte ingiusto. Ma capace, ogni tanto, di scrivere storie perfette.
La storia perfetta di ieri sera è quella di un ragazzo di Bolzano che, dopo essere stato relegato in panchina, entra e segna il gol della vittoria. Di un figlio d’arte dello sport che ha scelto il calcio. Di un fratello che condivide la maglia con Federico. Di un ragazzo cresciuto nel territorio che diventa protagonista davanti alla propria gente. E forse anche di una vecchia guardia che non vuole essere rottamata completamente.
Il nuovo Südtirol ha cominciato vincendo, ma il primo sorriso della stagione porta il volto di un ragazzo del vecchio Südtirol. Simone Davi. Uno che forse doveva soltanto aspettare il suo momento. Lo ha fatto.
E quando il momento è arrivato, ha lasciato parlare il suo sinistro.
Simne Davi: suo il gol contro l'Entella (Credits FCS)