Simone Giannelli (Credits SoloperSport)

Giannelli: “Serve più cultura sportiva, si può anche perdere. Biasino chi sale sul carro e chi punta il dito. Su Sinner dico che… “

DiDaniele Magagnin

6 Luglio 2026

Sinone Giannelli senza peli sulla lingua, sincero e trasparente come sempre, concreto e preciso in ogni analisi, sia di campo che nella quotidianità: “In Italia serve più cultura sportiva e capire che si può anche perdere. Non mi piace chi punta il dito e chi sale sul carro…”. Il palleggiatore e capitano dell’Italia e di Perugia protagonista in una lunga intervista al Basement di Gianluca Gazzoli: “Anche io sono altoatesino ma a differenza di Jannik non mi rompono le scatole, cambia solo il cognome”

Simone Giannelli affronta il delicatissimo argomento della scarsa cultura sportiva nel nostro Paese in una interessante intervista con Gianluca Gazzoli nella nuova puntata del BSMT su YouTube. “In Italia siamo indietro. Giudichiamo e puntiamo il dito quando si perde, saliamo sul carro quando si vince. Lo sport non è solo vittoria o sconfitta, ma è un percorso”.

Da Trento a Perugia, spiegando il perchè… I successi con la nazionale azzurra. Simone Giannelli è, la stagione perfetta appena conclusa. Ha vointo tutt, senza stress, divertendosi. L’icona del volley maschile italiano, anche a livello internazionale parla con la sincerità che lo contraddistinge Ecco i passaggi più significativi della chicacchierata, in cui parla anche della nazionale di calcio, di Jannik Sinner e della difficoltà nella gestione delle sconfitte e del suo passaggio da Trento a Perugia caratterizzato da una importante azione di mercato,

“La pallavolo è un mondo un mondo stupendo, seguito da tante persone, include tutte le fasce, comprese famiglie e giovani. Ultimamente ci sono state tante vittorie, e questo aiuta sempre. Quando si vince in uno sport, la gente inizia a seguirlo, come è successo anche adesso con il tennis. Con la Nazionale la questione si duplica, perché ti senti super-motivato e hai tanta responsabilità nei confronti dei ragazzi che guardano: devi fare da esempio. La percezione che ho della pallavolo è che sia un modo più sano di altre realtà apparentemente più popolari. È bello quando nei palazzetti vengono 5.000-6.000 persone a vederci, così come è bello condividere qualche momento magari con i bambini a fine partita”.

La gestione della sconfitta e la scarsa cultura sportiva italiana
“Noi siamo agonisti e cerchiamo ogni volta di fare del nostro meglio. Ma non va sempre bene, e forse in Italia su questo siamo un po’ indietro. Siamo subito pronti a giudicare e a puntare il dito quando c’è un fallimento e a salire sul carro quando c’è una vittoria. Bisogna trovare un po’ di equilibrio, perché lo sport non è solo vittoria o sconfitta: sarebbe riduttivo definirlo così. Una sconfitta che mi ha lasciato il segno è stato all’Olimpiade di Rio, quando avevo solo 19 anni. Per me è stata importante perché mi ha fatto lavorare molto su me stesso e mi fatto capire tante cose, e credo che le vittorie che ho ottenuto dopo siano arrivate proprio da lì. Solo pochi eletti possono pensare di vincere sempre, ma comunque non lo fanno. Possono pensarlo, ma non ce la fanno”.
I Mondiali di calcio senza l’Italia
“Da bambino giocavo anche a calcio, e mi dispiace non vedere l’Italia al Mondiale, però credo che anche noi sportivi dovremmo essere un po’ più preparati a livello culturale. Non è stato bello vedere, il giorno dopo l’eliminazione, alcune persone puntare il dito e dire: “Voi siete i più seguiti, però perdete. Noi, invece, abbiamo meno seguito ma vinciamo”. Non è così che funziona, non mi piace questo comportamento. Ho visto la partita con la Bosnia e si percepiva che c’era una pressione enorme. Il calcio fa da traino a tutto lo sport italiano, ma i giocatori sono sempre più esposti, anche sui social, che ormai sono diventati un vero casino. La pressione si sentiva. A fine partita piangevano. La gente pensa che per loro sia tutto normale, che il giorno dopo fossero pronti per partire per andare Formentera a divertirsi. Fatemelo dire, sono tutte ca***te. Sono professionisti, volevano vincere e andare al Mondiale”.

Il caso Sinner, tra critiche e salite sul carro
“Sinner è stato preso di mira perché vive in una zona ‘diversa’ e ha un cognome ‘diverso’, meno italiano, tra virgolette. Chi dice questo è gente abbastanza ignorante, nel senso che ignora le cose, non le sa, e non conosce le situazioni delle regioni di confine. Lo criticavano quando perdeva perché dicevano che non era italiano. Adesso, che vince tutto, tutti vogliono essere italiani come lui. In Italia ci vuole un po’ di cultura sportiva in più. Ci si basa troppo sui risultati. Jannik ora è sulla cresta dell’onda, tutti lo guardano. Però penso che, per noi sportivi, a volte vincere o perdere sia la stessa cosa. Ok, quando vinci sei più contento, perché magari c’è la medaglia d’oro. Però il percorso fatto per arrivare fino lì è uguale, non cambia. A volte puoi vincere, altre puoi perdere. Secondo me quelli che rompono le scatole a Sinner sono persone abbastanza ignoranti. L’Alto Adige è fatta di persone che parlano tedesco e di persone che parlano italiano. Ci sono persone che hanno il padre che è madrelingua tedesco e la mamma che parla italiano, e quindi parlano entrambe le lingue. L’Alto Adige è così, come tutte le regioni che sono al confine. Avendo un cognome italiano, la cosa passa in secondo piano con me, mentre con lui sono sempre pronti a giudicare. Ma è una cosa che succedeva quando perdeva, adesso invece che vince tutti vogliono essere tutti italiani come lui. Ci vuole un po’ di cultura sportiva in più, in Italia si basa tutto sui risultati ed è una cosa che ho combattuto sempre”.